A un anno dagli omicidi le domande senza risposta
Il 10 gennaio 2017 i corpi dei coniugi Vincelli furono trovati massacrati in casa A compiere il delitto il figlio della coppia e un suo coetaneo, entrambi minorenni
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PONTELANGORINO. È passato un anno dalla quella che per molti resta la notte più buia della storia di Pontelangorino. Il 10 gennaio del 2017 Salvatore Vincelli e Nunzia Di Gianni, marito e moglie, vengono trovati senza vita nella loro villetta. Una mamma e un papà uccisi in casa, massacrati di colpi in testa con una grossa accetta. E un figlio, il loro figlio minore, che corre a chiamare un parente. Racconta della donna esanime in cucina, con il capo fasciato da buste di plastica e del padre trovato morto in garage quando è rincasato, attorno all’ora di pranzo, dopo una mattinata con l’amico che l’aveva ospitato anche a dormire, la sera prima. Tutto vero. Lui ha sedici anni, il suo amico diciassette ed è tutto vero perché ad uccidere sono stati loro. O meglio, il figlio della coppia è rimasto fuori ed ha offerto una cifra irrisoria al coetaneo che non si è tirato indietro e ha ucciso. Una morte tremenda e violenta, un omicidio compiuto da un ragazzino esile e piccolo ma che ha tirato fuori in quei momenti una forza bruta.
Gli errori, le contraddizioni, le troppe leggerezze hanno portato gli inquirenti a dare un volto e un nome agli assassini nel giro di poche ore. Il figlio è stato fermato subito, il suo amico è invece tornato davanti alla villetta, assieme agli altri del gruppo che, sconvolti, cercavano di consolarsi a vicenda. Era lì, impassibile e con lo sguardo perso nel vuoto finché da in fondo alla strada non ha visto suo padre arrivare bianco in volto. Gli ha detto di seguirlo e da quel momento tutto è cambiato. Il sedicenne è stato portato a Torino, dove vivono alcuni parenti mentre l’amico, adesso maggiorenne, aspetta nel carcere minorile di capire se verrà trasferito o meno.
Nessuno ha dormito quella notte a Pontelangorino e la famiglia di colui che materialmente ha compiuto il delitto continua ad avere gli incubi tutte le notti. «Non si può smettere di amare un figlio - ha detto la mamma -. Noi ci saremo sempre per lui, ma deve pagare per quello che ha fatto. È un ragazzo fragile il nostro, che si è lasciato trascinare in qualcosa di enorme. L’ho guardato negli occhi quel giorno. Si sono seduti a tavola con noi, tutti e due. Mio figlio era pallido, stava male. Mi ha detto di avere la febbre. Quando alla sera mio marito mi ha chiamata e mi ha raccontato la verità, sono morta anche io».
In carcere i ragazzi collaborano. Possono vedere i parenti una volta a settimana e sentirli a giorni alterni.
«Mio figlio ha anche detto che vuole studiare e ha iniziato a farlo. A lui piace la scuola alberghiera, magari se ci fosse andato subito...». È un dolore difficile da raccontare quello vissuto a Pontelangorino. Un orrore e una storia che, comunque, dovrebbero continuare a far parlare e riflettere perché le sfumature sono tante, così come le domande che restano senza risposta.
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