versioni contrastanti
Rapina in casa, assolti E l’accusatrice ora rischia
Dopo la rapina, il rischio di un’incriminazione per false dichiarazioni rese al pubblico ministero. È la parabola giudiziaria di una donna di 38 anni, che aveva condotto il compagno e un amico di lui...
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Dopo la rapina, il rischio di un’incriminazione per false dichiarazioni rese al pubblico ministero. È la parabola giudiziaria di una donna di 38 anni, che aveva condotto il compagno e un amico di lui sul banco degli imputati con l’accusa, rispettivamente, di aver fatto da palo e di averla malmenata e rapinata. Ma i giudici, dopo varie precisazioni che assomigliavano tanto a una ritrattazione, hanno assolto per mancanza di prove entrambi gli imputati difesi dagli avvocati Davide Bertasi (per l’ex compagno) e Francesco Andriulli. Il pm ha inoltre chiesto di rinviare gli atti alla procura per valutare un eventuale reato di false attestazione al pm da parte della donna.
I fatti risalgono all’ottobre del 2013. Secondo il racconto della donna, che svolge prestazioni sessuali sado maso, quella sera un uomo aveva suonato il campanello qualificandosi come “Mario”, ma una volta aperta la porta l’aveva strattonata, fatta cadere e le aveva portato via 300 euro. Poi si era diretto all’armadio, dove erano conservati altri 6-7mila euro, frutto della sua attività di meretricio. Un nascondiglio che solo il compagno conosceva. I soldi però non c’erano, perché la donna li aveva consegnati poco prima alla madre. I sospetti erano stati indirizzati dunque sull’ex compagno e sull’amico, che la donna inizialmente aveva detto di aver riconosciuto. La rapina era stata denunciata diversi mesi dopo, e così anche il riconoscimento era avvenuta da una notevole distanza di tempo dai fatti. I due uomini nel frattempo erano stati indagati e rinviati a giudizio. Ma nel corso del processo la donna, che peraltro soffre di problemi di vista, ha fatto marcia indietro modificando la sua versione iniziale: in sostanza, non avrebbe riconosciuto l’amico, ma avrebbe solo voluto dire che il rapinatore gli assomigliava. Tutti elementi che hanno portato i giudici ad assolvere, pur non formula dubitativa, entrambi gli imputati.
I fatti risalgono all’ottobre del 2013. Secondo il racconto della donna, che svolge prestazioni sessuali sado maso, quella sera un uomo aveva suonato il campanello qualificandosi come “Mario”, ma una volta aperta la porta l’aveva strattonata, fatta cadere e le aveva portato via 300 euro. Poi si era diretto all’armadio, dove erano conservati altri 6-7mila euro, frutto della sua attività di meretricio. Un nascondiglio che solo il compagno conosceva. I soldi però non c’erano, perché la donna li aveva consegnati poco prima alla madre. I sospetti erano stati indirizzati dunque sull’ex compagno e sull’amico, che la donna inizialmente aveva detto di aver riconosciuto. La rapina era stata denunciata diversi mesi dopo, e così anche il riconoscimento era avvenuta da una notevole distanza di tempo dai fatti. I due uomini nel frattempo erano stati indagati e rinviati a giudizio. Ma nel corso del processo la donna, che peraltro soffre di problemi di vista, ha fatto marcia indietro modificando la sua versione iniziale: in sostanza, non avrebbe riconosciuto l’amico, ma avrebbe solo voluto dire che il rapinatore gli assomigliava. Tutti elementi che hanno portato i giudici ad assolvere, pur non formula dubitativa, entrambi gli imputati.
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