«Venivano da me perché facevo evadere le tasse»
di Daniele Predieri
La verità del ragioniere Riccardo Schincaglia davanti ai clienti che ha truffato Per l’accusa si è intascato 2,5 milioni di euro coi quali doveva pagare le imposte
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«Ma lei è un tecnico, non può prenderci in giro, guardi che mi sta dando una impressione pessima»: si trattiene il giudice Debora Landolfi, pesa le parole di fronte alla sufficienza con cui l’imputato risponde ad avvocati e al giudice stesso. L’imputato è Riccardo Schincaglia, 50 anni, ferrarese, residenza a Chiasso (Svizzera) che si presenta come «iscritto al collegio dei ragionieri dal 2000», ma «attualmente non faccio nulla, sto aspettando di chiarire la mia posizione in questo processo». Al processo è accusato di truffa allo Stato (Inps, Inail, enti locali) per oltre 2 milioni di euro e di appropriazione indebita per un altro mezzo milione di euro per aver imbrogliato - l’accusa - prima lo Stato e poi decine e decine di suoi clienti, ben 51 elencati nei capi di imputazione, 36 costituiti parte civile. Tutti vittime - per procura e guardia di finanza - di imbrogli e altro commessi dal 2008 al 2013, quando con la sua società “Eta Beta” (chi non lo ricorda, è quel personaggio dei cartoni animati che riusciva a mettersi in una piccola tasca di tutto e di più) intascò i soldi dei suoi clienti. Che gli giravano - «in contanti, con bonifico, con assegni», precisa lui - per pagare tasse, imposte e Iva ma che secondo l’accusa finivano tutti nelle casse, voluminose, della Eta Beta. Questo dicono accusa e clienti, che facevano la fila per servirsi delle consulenze fiscali di Schincaglia. Lui, con quella disarmante neutralità che irritava tutti i presenti ieri in aula (giudice compreso) ha spiegato la sua verità, accettando l’interrogatorio per quasi 3 ore. «Venivano tutti da me perchè io li aiutavano a non pagare le tasse, ad evadere». I soldi che i clienti gli versavano? «Erano solo e soltanto miei compensi, variabili non cifre fisse, per i piccoli clienti 80/100 euro al mese poi altri compensi per vari adempimenti, quelli grandi anche il 10% dei fatturati annuali. Ho sempre tracciato con trasparenza tutti i miei compensi». Però i clienti non le davano tutti questi soldi per pagar le loro tasse? «Tutti questi clienti- scandisce in aula rispondendo al pm Elisa Bovi - che mi hanno denunciato, avevano propri commercialisti e consulenti: sono venuti da me perchè offrivo scappatoie per non pagare le tasse, io lo spiegavo e lasciavo il libero arbitrio di decidere. Che senso aveva venire da me se pagavano le tasse?», dice ancor più irritante. A tal punto che quando chiede «posso dire un cosa», viene zittito dal giudice: «Lei deve solo rispondere». E lui innocente: «ma volevo solo chiedere di poter bere un goccio d’acqua!». Ha la gola secca, Schincaglia, prende la bottiglietta, sorseggia e ricomincia. «Io ero un intermediario e tutti chiedevano a me come tecnico, come poter far per non pagare. Il caso classico? A chi aveva bisogno della Durc (dichiarazione di regolarità contribuitiva all’Inps, senza la quale non si può lavorare in regola, ndr) facevo compensare i contributi Inps (soldi da pagare,ndr) con crediti (virtuali, ndr) che compilavo negli F24». Falsi, inventati. E lui spiega e dichiara, «tutti i clienti ne erano a conoscenza: se fossero crediti indebiti (quelli inventati, ad esempio Iva, ndr) se legittimi e non legittimi a me non interessava, dicevo ai clienti che lasciavo decidere loro». Ad un imprenditore che aveva ricevuto una cartella personale dall’Agenzia entrate, «gli consigliai di aprire la partita Iva e mettere a credito iva e spese». Inesistenti. Ma controllava se la loro contabilità permetteva queste compensazioni? «Non potevo sapere se i clienti avevano crediti o meno, venivano da me, mi dicevano che non volevano o non potevano pagare, mi dicevano che avevano quei crediti e compilavo gli F24». E alla fine i soldi dei clienti erano suoi compensi: «Certo ci mancherebbe». Ma Schincaglia non spiegava ai clienti che compensare gli F24 con crediti Iva falsi avrebbe comportato accertamenti, sanzioni? chiedono in aula. «Glielo spiegavo talmente bene che i clienti andavano a guardarsi gli aspetti penali (sopra i 50mila euro di compensazioni false scattano reati seri, ndr)». Parla, racconta e passa anche per benefattore. Fa i nomi dei clienti: «Ad uno consigliai di aprire un fondo patrimoniale», per spogliarsi dei beni e creare uno scudo in caso di controlli. In una altro caso ricorda «gli salvai la casa che era pignorata».
“Ma questa era istigazione all’evasione, una palese violazione deontologica” sbotta l’avvocato Gian Luigi Pieraccini parte civile per due ex clienti.
E lui, disarmante sempre più: «Con il carico fiscale che c’è in Italia mi chiedevano di trovare scappatoie, i clienti erano tutti informati dei rischi che correvano, la deontologia la conosco, ma io ero solo un intermediario». Messo alle strette sull’uso del suo conto corrente piuttosto che quello dei clienti per pagare imposte, sulle ricevute rilasciate di 500 euro a fronte di assegni da 5000 o sul fatto che quando la Grande truffa venne alla luce si negava ai clienti, non dava spiegazioni nè documenti, Schincaglia si fa meno sicuro. Ma resta irritante, anche quando l’avvocato Emiliano Mancino gli chiede se, allora, ritiene siano ingiustizie le querele contro di lui: «Sull’appropriazione indebita sono caduto dalle nuvole».
“Ma questa era istigazione all’evasione, una palese violazione deontologica” sbotta l’avvocato Gian Luigi Pieraccini parte civile per due ex clienti.
E lui, disarmante sempre più: «Con il carico fiscale che c’è in Italia mi chiedevano di trovare scappatoie, i clienti erano tutti informati dei rischi che correvano, la deontologia la conosco, ma io ero solo un intermediario». Messo alle strette sull’uso del suo conto corrente piuttosto che quello dei clienti per pagare imposte, sulle ricevute rilasciate di 500 euro a fronte di assegni da 5000 o sul fatto che quando la Grande truffa venne alla luce si negava ai clienti, non dava spiegazioni nè documenti, Schincaglia si fa meno sicuro. Ma resta irritante, anche quando l’avvocato Emiliano Mancino gli chiede se, allora, ritiene siano ingiustizie le querele contro di lui: «Sull’appropriazione indebita sono caduto dalle nuvole».
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