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Ricatti sindacali del “mediatore”

Ricatti sindacali del “mediatore”

Estorsione alla Levoni, chiesta la condanna per Piccinini: soldi per far cessare gli scioperi

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Aveva chiesto 90mila euro agli imprenditori modenesi Levoni per chiudere una vertenza sindacale alla Alcar Uno di Castelnuovo Rangone. Un ricatto, insomma. Ma non erano soldi per lui: spettavano al segretario di Si Cobas Aldo Milani, ha raccontato, in base a loro accordi segreti. Servivano, come ha spiegato al giudice, per pagare degli agitatori che dovevano protestare in mezzo al picchetto della Alcar Uno. Danilo Piccinini, ferrarese, manager già condannato a Ferrara per una maxifrode fiscale da 8 milioni di euro (pena di 2 anni e 6 mesi, pendente in appello) ieri mattina ha puntato il dito contro il leader del sindacato Si Cobas e lo ha fatto attraverso dichiarazioni spontanee rese al giudice Paola Losavio nel corso del processo con rito abbreviato che si è concluso ieri con la richiesta del pm di condannare Piccinini: 3 anni e 4 mesi (già comprensivi dello sconto di un terzo della pena) per estorsione aggravata ai Levoni. Una accusa a Milani esplicita: i soldi chiesti e in parte ottenuti all’incontro di mediazione con i Levoni per il caso Alcar Uno e i licenziamenti dei dipendenti della cooperativa servivano a finanziare agitatori che dovevano tenere alta la tensione al picchetto davanti allo stabilimento di carni di Castelnuovo. Ma chi è Piccinini? E che ruolo aveva? La sua figura, finora ambigua, era rimasta nel guado tra il mediatore autorizzato dai Levoni (secondo Si Cobas) e il mediatore in accordo con il sindacato incaricato di chiudere la durissima vertenza (secondo i Levoni). Sconosciuto a Modena, Piccinini è stato presidente di un consorzio, Cirsi, al centro di un processo concluso a Ferrara per una maxi frode allo Stato da 8 milioni di euro con la sua condanna a 2 anni e 6 mesi. Il processo ferrarese che Piccinini condivide con la coppia di imprenditori di origini marocchine Souad Mochrik e il marito Bilal El Mangar e altri imputati è pendente in appello. Ieri Piccinini ha raccontato di essersi proposto da solo ai Levoni portando in ditta una busta chiusa alla segretaria con un biglietto a nome di Milani. Un biglietto che dimostrerebbe per l’accusa che Piccinini avrebbe agito in accordo con Milani per proporsi ai Levoni come un mediatore che poteva sbloccare l’impasse. E nel dicembre 2016 si presentò con Milani al tavolo dei Levoni per avere i soldi. Una versione diametralmente opposta a quella di Milani stesso che ha sempre sostenuto di essere stato contattato da Piccinini per una riunione e di non aver capito cosa avveniva mentre Levoni allungava la busta coi soldi. La sentenza è attesa per il 20 febbraio.



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