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cento: carabiniere condannato in appello 

I giudici: condotta che ha portato discredito all’Arma

I giudici: condotta che ha portato discredito all’Arma

CENTO. Il brigadiere dei carabinieri di Cento Daniele Sabino non avrebbe avuto alcun valido motivo di introdursi nel cortile privato della casa del giovane Edoardo Tura, ma era convinto del contrario,...

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CENTO. Il brigadiere dei carabinieri di Cento Daniele Sabino non avrebbe avuto alcun valido motivo di introdursi nel cortile privato della casa del giovane Edoardo Tura, ma era convinto del contrario, perché sospettava che il ragazzo stesse cercando di sottrarsi a un controllo. Con questa motivazione i giudici della Corte d’Appello di Bologna hanno assolto il militare finito a processo per violazione di domicilio compiuta da pubblico ufficiale. Una sentenza che ha rovesciato quella di primo grado, nella quale Sabino era stato condannato (a 5 mesi e 10 giorni) per la violazione di domicilio, e assolto dall’accusa di lesioni aggravate. Per i giudici di secondo grado, al contrario, il brigadiere deve essere ritenuto responsabile del reato di lesioni. Il ragazzo riportò infatti una ferita lacero contusa sulla sommità del capo, e fin da subito dichiarò di essere stato colpito con il calcio della pistola dal carabiniere. Una versione che non era stata accolta dal giudice ferrarese, ritenendo che non ci fosse la prova che l’imputato avesse cagionato volontariamente la ferita. Non così hanno ritenuto i giudici dell’Appello, ritenendo compatibili sia il tipo di lesione che la posizione di essa con un colpo sferrato con un oggetto contundente come il calcio della pistola, e condannando Sabino (con lo “sconto” per il rito) a sei mesi di reclusione e la rifusione delle spese legali alle parti civili, ovvero il giovane e i suoi familiari assistiti dagli avvocati Fabio Anselmo e Carlotta Gaiani.

Nelle motivazioni della condanna, la Corte d’Appello sottolinea in particolare il discredito che il comportamento del brigadiere ha gettato sull’Arma dei carabinieri: «Non si ritiene di fissare la pena base in misura corrispondente a minimo edittale, considerata la gravità della condotta dell’imputato, idonea in sé a provocare sfiducia da parte della collettività nei confronti di soggetti cui invece la legge demanda la difesa dei diritti dei cittadini, nonché in considerazione della condotta processuale dell’imputato tutt’altro che limpida».

I fatti risalgono alla sera del 23 gennaio 2010. Il giovane ha sempre sostenuto di non essersi accorto che l’auto che lo seguiva era una pattuglia dei carabinieri, versione accolta dai giudici, vista la distanza tra i due mezzi e la mancata attivazione della sirena.

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