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Quel falso Shimamoto venduto come autentico

Quel falso Shimamoto venduto come autentico

Nella banda di falsari anche un organizzatore di mostre residente nel Ferrarese Il “bidone” piazzato a una galleria cittadina, l’indagine dei carabinieri prosegue

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È un piemontese di 55 anni residente nella nostra provincia, uno dei sei indagati nell’operazione anti-falsari di opere d’arte sgominata da un’indagine del Reparto Operativo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Roma.

Si tratta di un “addetto ai lavori”, ben inserito nel settore dell’organizzazione di mostre ed eventi d’arte. Al momento, ma le indagini dei carabinieri sono ancora in corso e potrebbero condurre ad altri sviluppi, all’indagato è contestato un unico episodio: avrebbe piazzato infatti un’opera falsa del pittore giapponese Shozo Shimamoto a una galleria d’arte ferrarese. Non è ancora dato sapere l’importo ricavato dalla vendita del “bidone”, ma su alcuni siti specializzati le opere dell’artista nipponico sono quotate circa tra i diecimila e i trentamila euro.

Secondo gli accertamenti, dunque, il ruolo del 55enne residente nel Ferrarese sarebbe stato appunto quello di piazzare i quadri fasulli, sfruttando i contatti e le conoscenze acquisiti nell’ambito della sua attività, ma tra i sei indagati vi sono anche alcuni autori materiali delle falsificazioni che, ricordiamo, hanno interessato autori come Modigliani, Balla, Boetti, Boccioni, De Pisis, Rosai e Ceroli, oltre naturalmente allo stesso Shimamoto.

Gli indagati, denunciati a piede libero, devono rispondere a vario titolo di ricettazione e commercializzazione di opere false. Lo smercio di “patacche” avveniva in varie città d’Italia, tant’è che l’inchiesta ha interessato quattro procure, oltre a quella di Ferrara anche quelle di Terni, Roma e Brescia, ma tra la province coinvolte nello smercio di quadri falsi compaiono anche Bologna e Milano.

A cadere nella rete dell’organizzazione di falsari, non solo galleristi ma anche collezionisti privati.

E proprio da un collezionista privato è partita l’indagine: un imprenditore bresciano con la passione dell’arte, rimasto a sua volta vittima dei falsari. Alla sua morte, gli eredi avevano chiesto una stima delle opere collezionate, per tentarne la vendita, e proprio un’approfondita disamina dei dipinti aveva portato a scoprire la falsificazione. In particolare, una tela attribuita ad Alighiero Boetti era stata “smascherata” dall’omonima Fondazione. Innescando così un’inchiesta che si è poi allargata a macchia d’olio.

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