Lui, la amante e l’amica e un processo per pedofilia
Per sei anni, donna imputata per aver avuto l’immagine di un bimbo sul cellulare La mamma del piccolo la denunciò, poi indagini pasticciate e ieri l’assoluzione
Per quasi sei anni ha vissuto con l’accusa di aver avuto materiale pedo-pornografico, una sola immagine, la foto di un bambino nudo del quale si scorgevano i genitali, e che altri non era che il figlio di una coppia che lei conosceva, attraverso una sua amica, che aveva a sua volta una relazione extraconiugale con l’uomo della coppia. Questo il contesto in cui è nato il caso dibattuto ieri in tribunale e che ha portato all’assoluzione la donna accusata di aver avuto nel telefonino quell’immagine. Un processo zoppicante, sia per la totale assenza di prove e riscontri dell’accusa (l’immagine non venne mai trovata, ma venne solo vista dalla mamma e dal nonno del bambino che lo testimoniarono). Processo e zoppicante anche per le indagini troppo pasticciate per un fatto che in realtà fa da sfondo ai rapporti nervosi e molto tesi tra i protagonisti di questa vicenda, di cui dicevano: lui, la moglie, la amante e l’amica. Tanto che ieri il giudice Luca Marini, dopo aver inquadrato il processo e poco prima di cancellare tutto con la assoluzione per la vecchia insufficienza di prove (il fatto non sussiste), diceva: «I problemi di coniugi e di ex coniugi se li risolvano tra loro». Come dire, inutile scomodare i giudici e i processi. Il fatto: nel settembre 2013, in un bar di un paese della provincia si ritrovano insieme l’attuale imputata, la madre e il nonno del bambino (all’epoca il piccolo aveva 10 anni) e la barista, amica dell’imputata e amante del padre del bimbo. L’imputata averebbe mostrato la foto del bimbo (fatta nella casa dei nonni paterni del piccolo), e da qui sarebbero nate prima le rimostranze di mamma e nonno (materno) e poi la denuncia (un mese dopo) per aver avuto impropriamente quella foto nel telefonino. Le indagini però partiranno solo 10 mesi dopo, con il sequestro del telefonino. Che inizialmente qualcuno diceva essere un IPhone, in realtà vennero sequestrati due, un Samsung e un Nokia, dai quali vennero scaricate oltre 30mila immagini: nessuna che ritraeva il bambino. L’indagine arrivò al punto fermo, la procura di Bologna (competente per reati come la pedo pornografia che formalmente erano tali in questo caso) chiede l’archiviazione, il giudice di Bologna invece decide il processo. Che si aperto ieri. E che dopo il confronto tra le parti (accusa, pm Alessandro Rossetti), parte civile (avvocato Enrico Zambardi) e difesa (avvocato Khety Bracchi) ha portato il giudice Luca Marini a decidere in una manciata di secondi: assoluzione perché non vi è prova di questa detenzione di immagine (una sola) pedo pornografica. Ci sono voluti sei anni, indagini a vuoto, una perizia sui telefonini (con 30mila immagini visionate e recuperate anche se cancellate) per mettere d’accordo tutti i protagonisti: ma era proprio necessario questo processo?
Daniele Predieri
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