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Quei martiri delle foibe per tanti anni dimenticati

Quei martiri delle foibe per tanti anni dimenticati

Ieri in città si sono svolte le celebrazioni ufficiali per la giornata del ricordo Raccontate storie drammatiche ed esperienze personali di chi è sopravvissuto  

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Il prefetto Michele Campanaro, il sindaco Tiziano Tagliani, il presidente dell'associazione Profughi istriani e dalmati di Ferrara Flavio Rabar ed Anna Quarzi direttrice dell'istituto di Storia Contemporanea hanno celebrato ieri in Sala Arengo “Il giorno del ricordo”. «Istituito nel 2004 con una Legge che vuole mantenere viva la memoria su una pagina drammatica della nostra storia - ha esordito Anna Quarzi - ha finalmente creato le condizioni perché si raccogliessero le testimonianze degli esuli e dei superstiti, si facessero pubblicazioni sulla tragedia vissuta da tantissimi italiani accusati ingiustamente di essere fascisti». Nelle relazioni del Prefetto e del sindaco la condanna assoluta di quelle sofferenze, della morte e dell'esilio di oltre 350 mila connazionali costretti a lasciare ogni cosa e forse di 20 mila vittime delle foibe condannate a morire dopo processi farsa , molti dei quali ancora senza sepoltura.

Ma è stato Rabar che dopo aver ripercorso data dopo data, evento dopo evento, tutto il difficile percorso di sopravvivenza, vissuto anche in prima persona, a soffermarsi sui particolari, quelli che forse sfuggono alle nuove generazioni disinformate sui fatti da anni di assoluto silenzio, verso le quali lui con impegno e dedizione porta la verità entrando nelle scuole della città ed anche della Provincia raccontando quelle pagine di storia che non hanno mai trovato spazio nei libri di testo.

«In Italia c'erano 109 campi profughi - a Ferrara si trovava presso l'attuale istituto alberghiero ed ogni aula ospitava anche tre famiglie divise solo da una tenda. Dopo il 1949 furono spostate a Pontelagoscuro in casette di legno ma molti preferirono tentare la fortuna in altre nazioni e si conta che in Italia 80 mila espatriarono». Situazioni di vita molto problematiche perché vissute nella miseria più nera come hanno confermato alcuni presenti che non hanno comunque voluto dichiarare le proprie generalità. «Quando si arrivava - ha ricordato qualcuno - si veniva messi prima in un campo di smistamento dove si poteva stare per tre mesi, poi si passava a quello dell'accoglienza. Se c'era la mensa si viveva come in una caserma con il momento del rancio, se mancava, ognuno doveva arrangiarsi con quel poco denaro che ci davano ogni giorno. Ma quello che maggiormente ricordiamo con rammarico è stato l'atteggiamento degli stessi italiani che non ci accettavano, ci giudicavano, ci credevano tutti fascisti».

Rabar ricorda qualche nome di chi fu condannato alle foibe: tre giovani sorelle di 17-19 e 21 anni senza alcuna implicazione politica, i finanzieri tra cui Antonio Farinatti di Migliaro, impiegati delle poste, bambini, giovani. «E nonostante tutto questo - ha concluso - ancora oggi a Macerata c'è qualcuno che inneggia alle foibe».

Ma accanto a chi non vuol riconoscere la verità dei fatti c'è un felice riavvicinamento alle 6 comunità italiane che si trovano in Slovenia alle 47 della Croazia ed a quella del Montenero con cui si stanno stabilendo costruttivi rapporti di collaborazione. Il pomeriggio si è chiuso con un breve concerto dell'Ensemble di ottoni del Conservatorio Frescobaldi.

Margherita Goberti



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