La mamma-studentessa che sogna il camice bianco
Iscritta alla Facoltà di Medicina, è rimasta sola mentre aspettava la sua bambina «Nelle volontarie Sav ho trovato delle madri, con il loro aiuto arriverò alla laurea»
Dietro gli occhiali dalla montatura nera e il sorriso luminoso c’è la tempra di una lottatrice. Amina (nome di fantasia) è una delle trecento donne seguite dal Servizio Accoglienza alla Vita (Sav) di Ferrara, e la sua è una storia di tenacia, coraggio e determinazione cominciata ben prima di bussare alla porta dell’associazione di via Arginone. Amina è una studentessa universitaria iscritta alla Facoltà di Medicina di Ferrara e quando, quattro anni fa, è rimasta incinta e il rapporto con il suo compagno ha cominciato a vacillare si è ritrovata sola, lontana dalla famiglia, in un Paese straniero, con un percorso di studi difficile e complesso da terminare e una bambina in arrivo da accudire e far crescere.
È proprio lei, Amina, a raccontare la sua vicenda, affiancata dalla presidente Sav, Maria Chiara Lega Scutellari e dalla vice Laura Antolini, che poche settimane fa avevano lanciato un appello per sostenere questa ragazza-madre. «Qui ho trovato delle mamme - spiega la ragazza - Ho trovato il calore e l’umanità di cui avevo bisogno per riuscire ad andare avanti». Arrivare a Ferrara dal suo Paese di origine per studiare Medicina non è stato affatto facile, ci sono voluti tre anni. Conseguito il diploma in lingua italiana, ha dovuto poi passare una selezione molto severa attraverso colloqui organizzati all’ambasciata. Al primo tentativo c’erano mille richieste a fronte di una quota ammessa in Italia di trecento studenti, ed era rimasta fuori. La volta successiva invece era andata bene, ma restava ancora un ostacolo da superare, il test a numero chiuso con soli due posti riservati a studenti stranieri.
Vinta anche questa prova, Amina nel 2012, a 22 anni, si iscrive finalmente a Medicina, un desiderio che aveva inseguito fin da bimba, e nel quale i problemi di salute della mamma hanno avuto un ruolo non secondario. Amina sgobba sodo sui libri e dà un esame dietro l’altro, ottenendo il diritto a una borsa di studio e a un alloggio Er.Go allo studentato. Conosce un ragazzo, il loro legame dura quasi tre anni ma è già incrinato quando Amina scopre di essere incinta. «Non andavamo più d’accordo. Lui adesso è all’estero, impegnato in un progetto universitario».
La ragazza resta dunque da sola. Quando va dal medico e riceve piena conferma della gravidanza in atto, non ha dubbi. «Per il tipo di educazione che ho ricevuto non ho pensato un attimo a rinunciare al bambino, e fin da subito ho detto al dottore che volevo tenerlo, anche se sapevo che avrei dovuto affrontare molte difficoltà. Penso però che se non fossi stata così convinta e determinata avrei anche potuto arrendermi e decidere di interrompere la gravidanza. Quello che voglio dire, almeno per quel che riguarda la mia esperienza, è che ci dovrebbe essere maggiore collegamento tra due realtà complementari come il sistema sanitario e la rete del volontariato. Dal medico avrei voluto ricevere tutte le informazioni sui possibili aiuti che avrei potuto trovare, come il Sav, ricevere tutti gli strumenti per poi poter decidere liberamente cosa fare. Ma anche una maggiore empatia per farmi vedere le cose in modo meno drammatico».
Nel frattempo anche la sua condizione di universitaria si complica. Nello studentato non può più stare, perché non c’è copertura assicurativa per ospiti minorenni, così Amina prima del parto deve trovarsi una casa al di fuori degli alloggi Er.Go. Anche la borsa di studio scivola via, perché con una bimba da badare non è possibile mantenere lo stesso ritmo: «Per un solo esame non sono più rientrata nei parametri, e le possibilità di svolgere un lavoro sono di fatto nulle, considerato che la frequenza è obbligatoria, che sono cominciate le esercitazioni e, naturalmente, c’è la bimba».
È un’amica che lavora all’Università a indirizzare Amina al Sav: «Ho trovato delle mamme - ripete la ragazza - Il loro aiuto va ben oltre le necessità materiali». Come tutte le altre donne seguite dall’associazione, Amina una volta al mese riceve aiuti sotto forma di indumenti e generi alimentari, ma soprattutto può contare su una rete di volontarie che intervengono per consentirle di conciliare i tempi di studio con quelli di accudimento. La bimba ora ha tre anni, e frequenta il nido: alle quattro del pomeriggio sono le volontarie che, a turno, vanno a prenderla, consentendo ad Amina di seguire le lezioni e non interrompere lo studio.
La laurea non è ancora vicinissima, ma la meta appare sempre più a portata di mano. «Sono iscritta al sesto anno, ma sono rimasta un po’ indietro», ammette. Pochi giorni fa, comunque, Amina ha superato un esame con lode, mantenendo una media di 97 su 100. Ma il suo sogno è tornare a casa e mettere a frutto la sua laurea per aiutare il suo Paese. «La nostra sanità ha molti problemi , e io vorrei rendermi utile per la mia comunità».
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