«Aziende nella morsa di tasse e burocrazia»
Cento, il titolare di un’impresa edile: «Per fare il pavimento di un bagno servono 160 piastrelle e 380 fogli di carta per le autorizzazioni»
CENTO. «Sono tantissime le difficoltà che un’impresa si trova affrontare ogni giorno per sopravvivere. Dopo tanti sacrifici, non so se la mia impresa fondata nel 1980, arriverà a superare i 40 anni di attività». Sono tanti gli ostacoli che le imprese artigiane si trovano a dover superare operativamente ogni giorno. E Fernando Di Tata, ex presidente di Cna Cento e titolare dell'impresa edile Fdt Snc traccia un quadro critico della situazione.
«Le assunzioni aumentano, ma anche nell’edilizia sono provvisorie - spiega - con contratti a termine legati alla durata dei cantieri, 6 mesi o un anno al massimo. Assunzioni che non danno garanzie di continuità a lungo termine per gli operai».
Poi la questione cantieri, che «oggi sono solo quelli legati alla ricostruzione post terremoto. Terminati i quali …». Due i sistemi - pratiche Sfinge che riguardano le attività produttive e i Mude per le abitazioni - che racchiudono «entrambi difficoltà. Nel primo, le imprese edili si trovano ad aspettare i contributi dalla Regione in media dai 9 agli 11 mesi. Questo crea enormi problemi, anche perché occorre pagare i fornitori nei 60 giorni, oltre agli stipendi degli operai e ai contributi ogni mese».
Così le imprese si trovano a rimanere scoperte, «o tuttalpiù ad anticipare con fatture in acconto alle banche. Morale, i conti non tornano. Un sistema che non regge, e alla fine non c’è abbastanza ossigeno per andare avanti». Per quanto riguarda il Mude, la situazione è migliore: «Entro i 60 giorni i soldi arrivano, ma i cantieri Mude, per tanti che siano, non sono paragonabili per importo a quelli Sfinge. I soldi che arrivano dai cantieri Mude non saranno mai sufficienti per bilanciare le entrate mancanti dai lavori Sfinge». Problemi aggravati dalla burocrazia, perché «siamo affogati da carte e procedure. Un esempio? Per rifare il bagno in un appartamento sono servite 160 piastrelle e... 380 fogli di carta per autorizzazioni».
Poi il fronte delle imposte, con lo Stato che, rileva Di Tata, «non fa che peggiorare le cose. Se anche l’impresa non rientra dei soldi dovuti, ti trovi comunque a pagare Iva e tasse: un sistema che uccide le aziende. Senza dimenticare le difficoltà ad ottenere credito dalle banche». Difficoltà che, sottolinea il titolare della Fdt, si traducono in incertezza per il futuro: «Se non ripartono i cantieri e le fatture non vengono saldate, i 7 dipendenti della mia azienda sono a rischio cassa integrazione. Una vera amarezza, dopo tanti sacrifici per tenere in vita l’impresa e lo sforzo per scongiurare il licenziamento dei miei dipendenti».
Di Tata evidenzia poi un altro grande problema, quello delle gare d’appalto a massimo ribasso: «Offerte con ribassi eccessivi, aziende che vengono da chissà dove, poi lasciano il cantiere a metà, spariscono e falliscono. Lavori fatti senza criterio e soldi pubblici buttati. Ecco il risultato. Una guerra tra poveri, e un sistema che porta le imprese edili del territorio a soccombere».
Beatrice Barberini
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