«Tecopress, tragedia che andava evitata»
Processo per la morte di un operaio nei crolli del terremoto La procura chiede le condanne per titolare e quattro tecnici
DOSSO. Durò tra i 20 e i 30 secondi la scossa. Era l’alba del 20 maggio 2012, ore 4. Gerardo Cesaro, uno degli operai turnisti della Tecopress di Dosso, non riuscì a scappare dal capannone che gli crollò addosso, morendo schiacciato. Dopo 6 anni, ieri il pm Alberto Savino ha chiuso il primo processo per i crolli del terremoto, per quei capannoni caduti come «castelli di carta», come li ha chiamati, citando il suo perito, l’ingegner Claudio Comastri: sarebbe bastato “incollare” quella carta, travi e pilastri dei capannoni, con “legature”, impedendo che nell’oscillazione delle scosse, le travi, appoggiate solo a pressione con il proprio peso, si sfilassero dai pilastri. Nessuno lo fece, alla Tecopress. Sebbene prima nel 2003 e poi nel 2008, il Ferrarese venne inserito in zona sismica e si sarebbe dovuto, pur in assenza di obblighi giuridici, adeguare i capannoni per la sicurezza degli operai. Una tesi che in poco meno di due ore, Savino articola davanti al giudice Vartan Giacomelli, sintetizzando sei anni tra perizie e indagine e alla fine chiede la condanna dei cinque imputati, perché - di fatto - avrebbero potuto - dovuto - evitare la tragedia di Gerardo Cesaro. Per concorso in omicidio colposo, ma con posizioni ben diverse, il pm Savino ha chiesto la condanna a 6 mesi per il titolare Tecopress, Enzo Dondi e la responsabile della sicurezza Elena Parmeggiani, per non aver messo in pratica le norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro che avrebbero potuto salvare Cesaro. Per i tre tecnici, invece, 4 mesi di pena perché nel loro ruolo avrebbero dovuto applicare tecniche di buona costruzione (le legature, antisismiche) e non limitarsi a quelle tradizionalmente usate (a rischio terremoto): 4 mesi di pena per Modesto Cavicchi, ingegnere e collaudatore del capannone; Dario Gagliandi, progettista e il geometra Antonio Proni, progettista e direttore lavori del capannone. Come ha enunciato in aula il pm Savino «questo processo difficile e complesso è anche un piccolo tassello per la giurisprudenza nazionale». Un precedente giudiziario perché, ha spiegato Savino, sebbene nel Modenese tutti i processi per i crolli (una ventina di morti) siano stati archiviati, ogni evento e inchiesta sono diversi, così come Tecopress rispetto gli altri (le vittime all’Ursa e Ceramica S. Agostino, processi in corso). Ieri dopo Savino, la parola alle parti civili (la famiglia di Cesaro), poi il 27 marzo, toccherà ai difensori dei 5 imputati smontare le tesi dell’accusa. Poi la sentenza che, qualunque essa sia, diventerà un precedente.
Daniele Predieri
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