La coop Case del popolo regge al sisma e alle tasse
Oltre 1.300 soci e 39 sedi territoriali affittate a partiti ma anche assicurazioni Sui conti pesano le manutenzioni di immobili costruiti nel primo dopoguerra
Le Case del Popolo sono un “brand” dal sapore antico che evocano vicende storiche le cui radici affondano all’inizio del secolo scorso. Eppure il patrimonio costruito in decenni di attività dai muratori e dagli operai riuniti in singole coop, che ha contribuito ad animare la vita di intere comunità, costituisce una realtà economica viva e non trascurabile. A partire dal 28 marzo si svolgeranno le assemblee annuali delle singole sedi nella quale è articolata la coop Case del Popolo, 1.300 soci di tutta la provincia chiamati ad approvare un rendiconto che si mantiene in sostanziale equilibrio, su di un giro d’affari complessivo di circa 400mila euro, nonostante le difficoltà legate alle manutenzioni sempre più onerose degli immobili e il peso della tassazione. «L’Imu falcidia circa un quarto dei nostri ricavi, in quanto è applicata la tariffa più alta e rispetto all’Ici risulta più che raddoppiata - spiega Eugenio Frabetti, presidente storico, che ha passato la mano nell’ottobre scorso a Marco Coltelli - Poi bisogna aggiungere Bonifica e le altre imposte. Va detto che in 5-6 località colpite dal sisma non abbiamo ancora ottenuto il via libera ai progetti di recupero».
La coop è nata nella sua forma attuale nel 1974, dall’incorporazione di una cinquantina di case del popolo costruite quasi tutte nell’immediato dopoguerra, anche se ci sono edifici che risalgono all’inizio del Novecento e furono pure trasformati in Case del fascio. «Erano tutti edifici costruiti per animare i paesi, avevano bar, sale da ballo e qualcuno anche il cinema - ricorda Frabetti - Nel Dopoguerra c’erano tre cose che non mancavano mai nei nostri paesi: la chiesa, la caserma dei carabinieri e la casa del popolo». Qualcuna è stata poi venduta e attualmente la coop conta su 39 sedi territoriali, accorpate in 19 sezioni, che saranno appunto sedi di assemblee: si comincia mercoledì 28 ad Ariano Ferrarese, Cassana e Putinati, a Ferrara, mentre l’assemblea di tutti i soci è in programma sabato 21 aprile a Tamara.
Solo un paio di questi edifici ha conservato le insegne originali, Ravalle e Ospital Monacale, quest’ultima proprio in piazza vicino alla chiesa di paese. Tutti quelli in condizioni di agibilità sono affittati a gestori come Arci, sindacati, Pd, circoli e anche uffici (ci sono pure un paio di assicurazioni), e gli affitti sono sostanzialmente le uniche fonti di reddito della cooperativa. «I nostri soci hanno quote acquistate a prezzi irrisori, 500 lire dell’epoca, passano di padre in figlio e adesso per diventare soci bisogna acquistare una quota minima di 25 euro - spiega l’ex presidente - Naturalmente c’è anche chi nel tempo ha quote maggiori, ma nelle coop come la nostra vale il principio di una testa, un voto». A loro è legata l’anima di molti paesi del Ferrarese, che vedono ancora le vecchie case del popolo come un punto di aggregazione.
Stefano Ciervo
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