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Bondeno scende in campo per tutelare il suo tartufo

Bondeno scende in campo per tutelare il suo tartufo

Assegnata al pregiato tubero la denominazione comunale di origine Sindaco e vice: un prodotto che fa parte della tradizione del territorio

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BONDENO. Il ruolo dei tartufai e di chi oggi “coltiva” il pregiato fungo ipogeo è anche quello di chi salvaguarda un prodotto a rischio sparizione (per via dei mutamenti climatici) ma che può rappresentare anche un veicolo di indotto.

Per questi motivi, il tartufo diviene la seconda Deco (Denominazione comunale di origine) di Bondeno. Un risultato importante, ribadito dal sindaco Fabio Bergamini e dal vicesindaco Simone Saletti, che va «a tutelare con regole certe – ha spiegato l’amministrazione – un prodotto che è nella cultura gastronomica e agricola, ed è stato presente sul territorio in epoche lontane: per esempio, durante la corte degli Estensi».

Alla cerimonia di presentazione della nuova Deco erano presenti il presidente dell’associazione nazionale delle Città del Tartufo (di cui Bondeno fa parte), Michele Boscagli, e quello dell’associazione Al Ramiol, Mattia Bagnolati, con il suo vice Pierluigi Zapparoli. Con loro, l’agronomo Filippo Menghini, l’esperto di levatura nazionale Paolo Papazzoni, Annarita Negri (Consorzio della Bonifica di Burana), Mirko Pincelli (Confagricoltura) e Alessandro Zucchi (commissione Deco).

Sui tavoli campeggia la grafica “Visit Bondeno, the land of Truffle a long Po river”. Ovvero, un messaggio ideato durante Expo, per promuovere un turismo lento ed a misura di persona, in un territorio dove persiste un turismo culturale, rurale e legato all’enogastronomia. Il quale include anche il tartufo.

Il disciplinare della commissione Deco viene salutato favorevolmente da Michele Boscagli, perché «rispecchia l’azione di un’associazione nazionale che si allargherà presto a 56 membri e che da sempre è legata a piccoli territori rurali.

L’idea di portare come bene Unesco la cultura del tartufo è un percorso lungo, ma il vostro regolamento può essere una delle misure di salvaguardia delle tradizioni e delle buone pratiche, da inserire nel dossier della candidatura Unesco, che stiamo predisponendo con il Ministero».

Filippo Menghini ricorda come il tartufo possa essere coltivato, ma che l’azione degli agricoltori (in tal senso) agisce anche nel riportare sul territorio piante storicamente presenti, per tutelarlo dal dissesto idrogeologico. Paolo Papazzoni ricorda anche come, attraverso la coltura delle essenze necessarie a ricostituire l’habitat del tartufo, si genera quasi per “osmosi” una vegetazione che permette di raccogliere tartufo (anche pregiato) al di fuori delle tartufaie. Del resto, questo rappresenta il futuro, dal momento che l’80% dello Scorzone e del “tartufo nero pregiato” viene oggi da colture dedicate.

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