L’Asl e le ispezioni sulle case famiglia: «Un servizio, non un business»
Una realtà cresciuta rapidamente in tutta la provincia con un’ottantina di strutture attive. Cosenza (Sanità Pubblica): i controlli in corso fanno emergere le difformità, poi qualcuno chiude
FERRARA. L’aspetto esterno, generalmente, è quello di una casa più grande della media: una villa circondata da un parco più o meno ampio o un caseggiato che potrebbe ospitare un piccolo condominio. È l’insegna a svelare la vera funzione. Un ruolo che negli ultimi 15-20 anni è cresciuto d’importanza all’interno del sistema dei servizi socio-assistenziali del territorio, dove convivono l’offerta pubblica, convenzionata, privata e quella fondata sul volontariato.
“Sorriso”, “Il Sole”, “Villa Fiorita”, “Casa Maria” sono nomi che potrebbero comparire davanti all’ingresso di una qualsiasi casa di riposo. La casa-famiglia le assomiglia, ma opera in scala ridotta e nasce grazie all’intervento di un privato.
In provincia sono un’ottantina le strutture di questo tipo, vi soggiornano - per legge - fino a 6 persone anziane autosufficienti o con un a lieve dipendenza e negli ultimi anni si sono notevolmente moltiplicate. C’è chi ricorda che, solo a Ferrara comune, sono salite in qualche anno da 6-7 alle oltre 25 dei primi mesi del 2018. La loro moltiplicazione sta rispondendo a un’impennata di richieste di strutture di assistenza per la terza età. Inevitabile in una provincia che nel 2017 presentava una popolazione composta per oltre un quarto da residenti con più di 65 anni. Ma il boom si porta dietro anche un problema: l’ingresso di operatori impreparati, inadeguati o disonesti. Da qui l’input regionale che ha spinto le Asl ad avviare un controllo a tappeto su tutte le strutture presenti sul territorio, sottoposte in questi mesi ad un check up focalizzato sul rispetto dei regolamenti edilizi, della normativa in campo igienico-sanitario, della sicurezza e della legislazione sul lavoro.
Circa il 60% delle case famiglia locali hanno già ricevuto la visita di personale dell’Asl, dell’Ispettorato del Lavoro e del Nucleo Antisofisticazione dei carabinieri (Nas). Entro la fine dell’anno l’ispezione sarà completata anche sulla trentina di gruppi-appartamento non ancora sottoposti a verifica. Su quelli già monitorati sono emerse in alcuni casi irregolarità anche gravi, che sono al centro in queste settimane di accertamenti e provvedimenti di sospensione e chiusura.
Il turn over, in un ambito molto legato all’iniziativa privata di piccoli gruppi organizzati, è alto e descrive un andamento con salite e discese. L’Asl ricorda che nel giro di pochi anni il numero della case famiglia presenti in provincia è salito fino a superare di parecchie unità quota 100 per scendere a fine 2017 intorno alle 80 unità. Ferrara, il distretto copparese-jolandino e Codigoro i comuni che ne contano di più. «Grazie al loro contributo - spiega il direttore del Dipartimento di Sanità Pubblica dell’Asl, Giuseppe Cosenza - è stato possibile aumentare la ricettività socio-assistenziale sul territorio provinciale aggiungendo nuovi posti per anziani che non possono più vivere da soli a quelli disponibili nelle case di riposo o nelle case protette». Dove gli accessi sono limitati e le rette possono raggiungere i 2500-3000 euro al mese.
L’ingresso in una casa-famiglia, aperta in un’abitazione che viene adattata allo scopo e non richiede una presenza intensiva di personale (ma gli ospiti devono essere seguiti 24 ore su 24), è sostenibile con un costo di 1.500/2.000 euro al mese. Resta sempre una spesa inaffrontabile per molte famiglie, ma con una pensione e con l’aiuto economico dei familiari che non possono più accudire (per i più svariati motivi) il parente che richiede più attenzione e disponibilità di tempo la quota può essere raggiunta.
Le offerte sono diverse ma i requisiti devono essere rispettati da tutti e richiedono la conformità edilizia dello stabile, il rispetto della normativa sulla sicurezza e la certificazione degli impianti, l’assenza di barriere architettoniche, la presenza di un responsabile, l’assistenza infermieristica, l’osservanza delle prestazioni elencate nella carta dei servizi, il rispetto della norme contrattuali, previdenziali ed assicurative.
«I Comuni - aggiunge Cosenza - si sono dotati di appositi regolamenti superando una deregulation che rischiava di produrre gravi danni alle persone e al settore. I controlli, che noi abbiamo avviato fin dal 2016, hanno fatto emergere di fianco a tanti operatori seri, anche soggetti molto meno attenti alle prescrizioni di legge. C’è il rischio che possa farsi largo l’idea che il servizio possa trasformarsi in un business». I controlli, conclude il dirigente, servono a far emergere le difformità: qualcuno poi chiude perché gli adeguamenti sono troppo costosi e magari riapre in un contesto che richiede interventi meno impegnativi.
Gioele Caccia
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