La Nuova Ferrara

Ferrara

«Il capannone Tecopress non era un castello di carte»

«Il capannone Tecopress non era un castello di carte»

Dosso, Le difese: assolvete i 5 imputati, strutture costruite in sicurezza Ma la vedova Cesaro dice: «Si fanno le cose solo dopo che muore qualcuno»

2 MINUTI DI LETTURA





DOSSO. «Il capannone delle Tecopress non era un castello di carta, era ben progettato e costruito», spiegano uno dopo l’altro gli avvocati difensori Bissi, Gallina, Costantino, Marzola, Piccaglia e Bozzi per i cinque imputati a processo per la morte di un operaio di Gerardo Cesaro, uno degli operai turnisti della Tecopress di Dosso che venne schiacciato da travi, pilastri e muri del capannone dove lavorava la notte del 20 maggio del 2012. Un’altra maratona, terminata ieri pomeriggio, per quella che avrebbe dovuto essere l’ultima udienza di un processo che dura da tre anni: invece, tutto rinviato al 12 aprile prossimo, quando l’ultimo difensore (Caniato) parlerà e solo dopo il giudice Vartan Giacomelli fisserà, finalmente l’udienza per leggere la sentenza.

«Finalmente sta finendo questo processo - spiega la vedova di Cesaro, Catia Zuccheri - Non sappiamo come finirà, ovvio, ci aspettiamo giustizia, non risarcimenti, che ci spieghino come e perchè è morto mio marito: lo abbiamo semrpe detto, i capannoni dove lavorano le persone debbono essere sicuri. Io mi chiedo ancora, perchè in Italia, e non parlo solo per questo processo, si debbono fare le cose soltanto dopo, dopo che muoiono le persone? ». La procura di Ferarra (pm Ciro Alberto Savino), che la vedova Cesaro ringrazia «per aver portato fino in fondo questo processo», ha già dato spiegazioni alla vedova e chiesto le condanne dei 5 imputati che ora dovranno essere valutate dal giudice. Che dovrà anche soppesare le tesi riferite dalle difese, dei tre tecnici sotto accusa Modesto Cavicchi, Dario Gagliandi, e Antonio Proni, del titolare Tecopress, Enzo Dondi e della responsabile della sicurezza Elena Parmeggiani. Legali che hanno ribadito pur nella tragedia di un operaio che non si è salvato che il capannone Tecopress era sicuro, tanto che la tecnica di costruzione e gli accorgimenti adottati, hanno permesso di salvarsi ad altri 10 operai. L’accusa ha sostenuto che i tecnici avrebbero dovuto applicare tecniche di buona costruzione (legature travi-piloni, antisismiche) e non limitarsi a quelle aderenti alle norme (ad attrito, solo in appoggio) e che l’azienda , pur in assenza di obblighi giuridici - il capannone venne costruito nel 1992 e solo nel 2003 il Ferrarese fu mappato come zona sismica - avrebbe dovuto eseguire miglioramenti antisismici. Gli avvocati lo hanno sottolineato al giudice: il capannone era costruito secondo le norme vigenti, non vi erano obblighi giuridici per adeguarlo alle norme antisismiche, e pertanto tutti vanno assolti, perchè il “fatto non sussiste” o perchè “non costituisce reato”. (d.p.)



Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google