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«Coop, l’assoluzione non cancella le colpe»

di Daniele Predieri
«Coop, l’assoluzione non cancella le colpe»

Le motivazioni dei giudici sul crac Costruttori: i vertici sapevano della crisi e hanno trascinato l’azienda a fondo

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Hanno cancellato tutto: 15 anni di inchieste, processi, aspettative e dolore, delle oltre 3000 famiglie argentane e ferraresi che hanno perso tutto, non solo i soldi investiti nella CoopCostruttori che usavano come banca. I giudici della Corte d’appello di Bologna (Valenti, Passerini, Pasquariello) nel gennaio scorso avevano assolto “perché il fatto non costituisce reato” tutti i dirigenti che hanno gestito la coop, nel quarto processo celebrato in 15 anni, l’appello bis. E ora spiegano nell’atto di motivazione - 212 pagine, metà con i motivi, il resto sintesi di processi e sentenze precedenti - il perché hanno deciso il colossale colpo di spugna. Almeno penalmente.

I responsabili sapevano

Perché in realtà, moralmente, la condanna arriva, tra le righe della sentenza. Eccola: «I responsabili della Coopcostruttori sapevano bene che la loro attività era in crisi strutturale e si svolgeva con perdite costanti, volevano fare qualcosa per resistere nella crisi, ma non hanno saputo/voluto attuare azioni congrue mediante decise e coraggiose ristrutturazioni aziendali, e così hanno colposamente trascinato nella rovina l’impresa ed i lavoratori che invece volevano salvare». «Colposamente», spiegano, ed il processo al crac è tutto qui. Perché non c’era (non è stata dimostrata, almeno) nessuna volontà, nessun dolo nelle operazioni ritenute illecite, negli atti dichiarati dall’accusa come fraudolenti, da parte di Donigaglia, Ricci Maccarini e i dirigenti tecnici nel causare il crac che ha inghiottito 1 miliardo di euro, ha conteggiato oltre 10mila creditori, bruciato risparmi di almeno tre generazioni di cittadini e bloccato economia e infrastrutture (strade, ponti e altro) della provincia ferrarese per 10 anni.

Quattro bancarotte senza dolo

Le quattro bancarotte societarie rimaste da giudicare (per falsità in bilancio, operazioni dolose con emissione di Apc, per emissione di fatture per operazioni inesistenti e bancarotta documentale) contestate a vario titolo ai 15 imputati (due deceduti nel frattempo) sono cadute tutte per la totale assenza del «dolo richiesto per l’integrazione del delitto in esame». Insomma, Donigaglia e suoi manager-operai hanno gestito male, malissimo, la Coopcostruttori, ma con colpa, non con dolo: una sostanziale differenza che gli stessi giudici fotografano, citando l’unica condanna rimasta per Donigaglia e Ricci, quella per la bancarotta della Spal. Quasi irridendo la scelta di finanziare la società di calcio da parte della dirigenza Coop (ma non sanno, i giudici, che questo era quello che voleva la politica locale ferrarese degli anni ’90).

Condanna Spal “vernacolare”

Scrivono, i giudici: «Nonostante questa condanna (per un bancarotta invero tutta particolare, vernacolare - verrebbe da dire - ed ispirata probabilmente dalla devozione irrazionale che giunge talvolta il sentimento di tifoseria calcistica), nei vari procedimenti si è sempre escluso che gli amministratori abbiano perseguito o conseguito un qualche lucro personale». Dunque, i giudici accolgono la tesi per cui non sarebbe stato possibile da parte di Donigaglia, Ricci e gli altri compiere atti falsi e fraudolenti senza avere interessi economici personali. «Anzi - ribadiscono - è emerso con certezza che in quanto a propria volta i dirigenti erano soci lavoratori, avevano conseguito dal default della società cooperativa solo svantaggi e danni patrimoniali personali (come tutti gli altri soci e i sottoscrittori delle Apc)».

Processo costoso, zero risultati

E’ questa l’estrema sintesi dei ragionamenti dei giudici, che spiegando i motivi delle assoluzioni fanno il processo al processo, ai meccanismi della giustizia: «Non si può fare a meno di apprezzare una profonda sproporzione tra la grandissima quantità di energie e di risorse profuse in questo processo (4 processi a Ferrara, Bologna, Roma e ancora Bologna e 15 anni tra indagini e dibattimenti, ndr) ed il modesto risultato pratico ottenuto». Un esempio? E citandolo, indirettamente i giudici spiegano perché hanno demolito, di fatto, l’accusa: «A proposito delle fatture per operazioni inesistenti (l’accusa era che la Coop in realtà fosse una fabbrica di carte false per ottenere soldi cash dalle banche ed evitare il crac, ndr) abbiamo delimitato ad una sola fattura la rilevanza penale sotto il profilo della bancarotta societaria, escludendola per le altre 1225 originariamente contestate».

Il grande buco dell’accusa

L’accusa contestava nel capo di imputazione queste 1226 fatture (a campione tra le altre migliaia) ritenendole irregolari perché emesse in acconto (le banche anticipavano i soldi per lavori ancora da eseguire). «Ma ciò non le privava di veridicità in quanto inerenti un credito». Per dimostrare questa bancarotta, come per le altre, dunque, non c’erano prove. La procura generale aveva chiesto per questo motivo di rifare una perizia, rivedere le fatture, ascoltare consulenti e periti. I giudici hanno ritenuto di non accogliere questa richiesta «per motivi di economia processuale» verificando «se esisteva già disponibile sulla base dei dati noti, una soluzione comunque definitoria e meno onerosa». E l’hanno trovata leggendo le carte, trovando solo 1 fattura penalmente rilevante su 1226: del resto è ciò che aveva sempre detto e sostenuto Donigaglia, sulla correttezza delle fatture portate in banca per finanziare Coop.

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