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Accoltellò il padre: libertà vigilata

Accoltellò il padre: libertà vigilata

Omicidio Frighi, la figlia sarà ricoverata per cinque anni in residenza psichiatrica per vizio di mente

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Assolta per l’omicidio. Ma dovrà trascorrere i prossimi cinque anni in una residenza psichiatrica, per curarsi. Anna Frighi aveva accoltellato il padre invalido, nella casa di via della Siepe, a Ferrara, il 28 marzo di un anno fa. Gianfranco, 77 anni, il papà, dopo essere stato ferito all’addome era stato ricoverato al Sant’Anna, dove era morto oltre due mesi dopo per gli effetti (incurabili) di un’infezione diffusa innescata da una polmonite.

Il processo alla figlia, Anna, si è concluso ieri mattina nell’aula B del tribunale di Ferrara, con i giudici riuniti in corte d’assise (Rizzieri e Landolfi, i togati). La sentenza ha riconosciuto la donna incapace di intendere e di volere, un dato già emerso dall’escussione dei consulenti interpellati durante il dibattimento, che avevano confermato anche la sua pericolosità sociale.

L’imputata sarà sottoposta per cinque anni alla misura di sicurezza della libertà vigilata in un centro specialistico per malati psichiatrici (attualmente è ricoverata in una struttura di Portomaggiore) ma la scadenza fissata dai giudici potrebbe essere modificata - accorciata o allungata - in base all’evoluzione della condizione psicologica dell’imputata e all’esito delle terapie.

Il pm Stefano Longhi aveva chiesto una misura di sicurezza protratta per 10 anni, sottolineando però che quella norma del codice è stata resa più flessibile da alcune sentenze della Cassazione. Il giorno dell’aggressione Anna Frighi era rientrata dall’ospedale, dove era stata ricoverata per alcune ore a causa di disturbi psicologici che lamentava.

Tornata a casa aveva ferito col coltello il padre, in carrozzina da molti anni per l’esito di una emorragia cerebrale (lei era una delle persone che lo assisteva, un impegno fortemente condizionante).

La difesa, rappresentata dagli avvocati Giacomo Forlani e Sabina Rutigliano, è partita dalle conclusioni dei due medici legali sentiti in aula (Tudini e Malaguti), che hanno definito superficiale la lesione inferta dal coltello, per sottoporre alla valutazione della corte il “ragionevole dubbio”, così si definisce in gergo, che la morte dell’uomo sia stata provocata da un’infezione batterica allo stadio iniziale, già presente al momento dell’aggressione (particolare desunto da un esame del sangue eseguito al momento del ricovero), condizione poi aggravatasi durante la permanenza in ospedale con polmonite e sepsi, cioè infezione diffusa con collasso della funzionalità degli organi. Ma la richiesta di derubricare il reato a gravi lesioni o tentato omicidio (pur con l’assoluzione, dovuta, per accertato vizio di mente) non è stata accolta. In pratica è stato riconosciuto il nesso di causalità fra la ferita inferta col coltello e l’infezione che ha ucciso il paziente oltre due mesi dopo, contratta e peggiorata nei due mesi ricovero. Per gli avvocati Forlani e Rutigliano gli aspetti «positivi della sentenza sono il riconoscimento dello stato attuale dell’imputata e la riduzione del periodo di applicazione della misura di sicurezza dai 10 anni, richiesti dal pubblico ministero, a 5. Potrebbero essere quindi riviste le attuali prescrizioni che potrebbero essere “alleggerite”».

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