«Mio figlio stava male, ma l’aiuto non è arrivato»
L’odissea della mamma di un bimbo malato di sospetto megacolon: «A Cona niente visita chirurgica e così ci ho pensato io a sbloccarlo, da sola»
COMACCHIO. «Ho dovuto provvedere, da sola, ad aiutare il mio bambino. Facendo quello che cinque pediatri all’ospedale di Cona non hanno fatto».
È una mamma comacchiese affranta e arrabbiata a raccontare l’odissea vissuta venerdì insieme al suo bambino di cinque anni. Il piccolo è seguito da uno specialista, ad Alessandria, per una sospetta malattia di Hirschsprung, o megacolon, che rende molto difficile l’evacuazione intestinale. Il 23 aprile dovrà essere ricoverato per dieci giorni proprio nell’ospedale piemontese per una biopsia e per valutare un eventuale intervento, ma nel frattempo il disturbo viene curato con somministrazione di botox ogni sei mesi, visite di controllo e assunzione di Pediapax per contrastare la formazione di fecalomi. Questo non basta a evitare che si renda necessario, all’occorrenza, intervenire con lo sbloccamento manuale, una manovra invasiva al punto che il bimbo, a volte, è portato a nascondere il suo disagio. Non solo: la malattia gli provoca ansia e agitazione rendendo necessario un supporto psicologico.
Si può dunque ben immaginare l’apprensione e lo spavento della mamma quando venerdì - mentre si trovava al San Camillo per accompagnare a una visita di controllo l’anziana madre - ha visto che il suo bambino stava soffrendo per una crisi più violenta del solito.
«Piangeva come un disperato e gridava “Aiutami”. Sono salita al terzo piano, dai pediatri, e per fortuna ho incontrato la pediatra che lo ha in cura. Il bambino aveva dolori fortissimi al fianco sinistro, per un fecaloma, e anche la pediatra si è impressionata perché non lo aveva mai visto in quello stato. Così ha prescritto una visita chirurgica urgente e ci ha indirizzati all’ospedale S.Anna, suggerendoci di andare all’ospedale di Lagosanto e raggiungere Cona in ambulanza».
La mamma però è troppo agitata e decide di usare la sua auto. «Ci ho messo 45 minuti, per via dei lavori sulla Romea - prosegue - Una volta arrivata a Cona sono andata al pronto soccorso pediatrico dove a dire il vero non sono stata accolta con l’umanità e la gentilezza di cui avevo bisogno. L’attesa è durata due ore, c’erano altri due bambini, senz’altro anche le loro saranno state urgenze, ma con mio figlio in quello stato ho protestato perché doveva essere visitato». Finalmente è il turno della signora. «C’erano cinque medici, forse qualcuno era specializzando, non lo so. Mi hanno detto di dargli un’altra bustina di Pediapax. Io ho obiettato che ad Alessandria gli avevano diminuito la dose, e che comunque con dei dolori di pancia così acuti c’era il rischio che il male diventasse insopportabile per il bambino. E che comunque c’era una richiesta di visita chirurgica urgente, che non è stata eseguita. Ho detto il bimbo doveva essere sbloccato, ma per loro dovevo dargli il medicinale. Così ho deciso di arrangiarmi e sono tornata a casa».
La notte seguente è stata lunga e tormentata. «Con grande fatica e paura, visto che il bimbo era molto agitato e nervoso, e non stava fermo, alla fine sono riuscita a risolvere il problema manualmente. Ma mi domando: perché ho dovuto provvedere io a fare quello che cinque pediatri non hanno fatto? Tutto quello che chiedevo era un po’ di attenzione e umanità. E che il problema del mio bimbo non venisse sottovalutato».
Alessandra Mura
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