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Ferrara

Se il corpo senza nome rimane un “cold case”

di Fabio Terminali
Se il corpo senza nome rimane un “cold case”

Sono nove i cadaveri non identificati, rimasti senza identità e non reclamati Sono conservati nell’obitorio comunale o sepolti in una tomba anonima

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Corpi con una storia alle spalle ma senza un nome. Senza una data di nascita conosciuta e pure quella di morte è imprecisata. In un caso nemmeno il sesso è certo: resta solo una mandibola, rinvenuta in spiaggia, zona Portogaribaldi. Mentre negli altri sappiamo che si trattava di sei uomini e due donne. Tuttora si trovano nelle celle frigorifere dell’obitorio oppure sepolti in una tomba anonima. Una croce sopra e una identità che ha avuto una forma di riconoscenza di fronte a Dio. Ma nessuno che, sulla terra, ne reclami la salma.

Sono nove i cadaveri non identificati, registrati nell’albo ufficiale del ministero dell’Interno, che in provincia di Ferrara hanno trovato mani pietose ad accoglierli. Tutte vicende dai contorni sfumati, l’acqua quasi sempre come destino, chi per scelta suicida chi per disgrazia. Il mistero insoluto da più tempo data addirittura al 21 maggio 1986. Un mercoledì di primavera come tanti sulle rive del Po, quando vicino a Berra viene ripescato un corpo di genere femminile, senza indumenti addosso e in stato di decomposizione. Chi era? Non si sa ancora oggi, quasi 32 anni dopo.

C’è poi un’altra donna, recuperata nel fiume Reno il 25 maggio 2004 nei pressi di Cento, probabilmente di origine nordafricana, età tra i venti e i trenta, alta quasi un metro e 70. Dall’esame del Dna la morte venne fatta risalire a 4-6 mesi prima. Segni particolari: sul deltoide sinistro, un tatuaggio raffigurante un cuore trafitto da un dardo al cui interno qualche lettera è leggibile: una “o” e una “a”. Forse le iniziali dell’uomo di cui era innamorata? Chissà. Appartenevano a un africano anche i resti umani rinvenuti il 4 febbraio 2010 al chilometro 37 dell’autostrada A13. Indossava jeans, maglietta con disegnata la bandiera giamaicana, giubbino verde di cotone e dentro un sacchetto di plastica su cui c’è una scritta in greco che significa “rosticceria Neratzies”. Forse era in viaggio? Chi lo ha travolto, un automobilista? Domande senza risposta.

Frammenti di esistenze, complicati da intrecciare. Indagini ne sono state fatte, si sono incrociati i dati con quelli delle persone scomparse, ma niente, nessuna identità certa è stata trovata. Non sappiamo chi fossero i due uomini, di carnagione chiara, sulla sessantina, riemersi dal Po a due anni di distanza (4 aprile 2011 e 6 luglio 2013, uno a Ravalle e l’altro a Ro).

Il primo aveva addosso jeans taglia 42 e una cintura marrone in similpelle, l’altro una scarpa Superga al piede destro e dei boxer a fantasia scozzese. «Barba e baffi sul volto, dentatura propria in buone condizioni», si legge nel registro custodito al Viminale. Ci restano solamente dei calzini di spugna (colore bianco-beige) dell’uomo di etnia caucasica, tra i 25 e i 45 anni, anch’egli ripescato dal Po a Fossadalbero il 2 settembre 2014: probabile morte avvenuta uno o due anni prima. È invece il mare ad aver dato l’estremo commiato ai restanti tre casi. Lido di Pomposa, 29 maggio 2008: trentenne capelli scuri, alto un metro e 70, morto 5-6 mesi prima. Litorale del Comacchiese, 21 maggio 2010: sessantenne bianco, quasi 80 chili di peso, al polso un orologio di marca con cinturino di pelle nera. E infine la mandibola, unica parte del corpo, di un soggetto indefinito anche nel sesso, restituitaci il 2 marzo 2015 sulla sabbia di Porto Garibaldi. Sui fondali, forse, riposa un mistero che grida ancora la sua esigenza di verità.



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