Morì nel crollo Tecopress. La famiglia sarà risarcita
Dosso, raggiunto un accordo per l’indennizzo: la parte civile esce dal processo. La sentenza attesa a maggio, sarà la prima risposta alle inchieste sul terremoto
DOSSO. Esce dal processo Tecopress la famiglia di Gerardo Cesaro, l’operaio turnista di 51 anni rimasto ucciso nel crollo del capannone dell’azienda di Dosso la notte del terremoto del 20 maggio 2012. Ieri in aula il giudice è stato informato dalle parti circa l’accordo raggiunto con la compagnia di assicurazione che, per quel che riguarda la responsabilità civile, tutela alcuni dei cinque imputati finiti a processo per omicidio colposo e per i quali la pubblica accusa ha già chiesto la condanna. L’accordo stabilisce un risarcimento del danno per i familiari della vittima, e la conseguente revoca della costituzione di parte civile. Dopo aver ascoltato l’ultima delle arringhe della difesa, il giudice ha dunque rinviato il processo per le eventuali repliche e per la sentenza all’8 maggio, affinché ci sia il tempo di perfezionare e completare l’accordo.
[[atex:gelocal:la-nuova-ferrara:site:1.16707846:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.lanuovaferrara.it/image/contentid/policy:1.16707846:1650630846/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
Tra poche settimane è attesa dunque la prima sentenza dei processi per i crolli del terremoto: oltre Tecopress, anche Ceramica Sant’Agostino e Ursa di Stellata. Tutti accomunati dalle stesse tesi contrapposte tra accusa e difesa. Da un lato la procura che sostiene che si poteva e si doveva fare di più per rendere più sicuri i capannoni dove lavoravano decine e decine di persone. In punta di diritto c’è la difesa che ricorda che quei capannoni erano stati costruiti dieci anni prima dell’inserimento del Ferrarese, nel 2003, nelle tabelle di basso rischio sismico. Dopo quella data la legge impone che debbano rispettare le normative antisismiche tutti i fabbricati di nuova costruzione e, tra gli esistenti, quelli considerati “strategici” cioè gli edifici che in caso di calamità naturale devono restare in piedi per consentire di gestire le emergenze e assicurare il ricovero delle persone, come stadi, prefetture, ospedali, scuole. Tra questi non rientrano i capannoni di aziende private come la Tecopress. Questa la difesa sostenuta nel corso del dibattimento dai difensori dei cinque imputati.
Secondo la tesi dell’accusa, invece, i tecnici avrebbero dovuto applicare tecniche di buona costruzione (legature travi-piloni, antisismiche) e non limitarsi a quelle aderenti alle norme (ad attrito, solo in appoggio) e che l’azienda, pur in assenza di obblighi giuridici avrebbe dovuto eseguire comunque miglioramenti antisismici. (a.m.)
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google
