Il liquidatore accusa: Carife era al verde
La relazione al tribunale: «A novembre 2015 in cassa c’erano solo 36 milioni Senza “Salvabanche” avremmo avuto lo spettro del blocco dei pagamenti»
Era un mercoledì, il 18 novembre 2015: lo ricorda bene il commissario liquidatore Antonio Blandini perchè «le disponibilità liquide di Carife si erano ridotte a soli 36 milioni di euro, 1% dell’attivo della banca» e lo scrive nella sua relazione al tribunale, prima, e alla procura poi, che innescherà lo stato di insolvenza di Carife. Blandini accese la “spia rossa”, Carife era sull’orlo del crac: così «per salvaguardare risparmiatori e lavoratori nell’ottica della tutela del risparmio e del mercato», intervenne l’autorità di risoluzione di Banca Italia, tre giorni dopo, il 21 novembre e si avviò la risoluzione di Carife, provvedimento disposto dal Mef (ministero economia finanza), diventato poi, il 22 novembre, un decreto legge firmato dal governo Renzi: nacque così il Salvabanche per Carife che, sottolinea in modo netto Blandini nel suo atto «ha consentito di salvare correntisti, lavoratori e l’economia ferrarese».
Il pasticcio del Salvabanche
Certo, il Salvabanche è diventato un pasticcio, azzerando azioni e obbligazioni subordinate; poteva essere applicato meglio e non così in fretta, ma quella “spia rossa” per le briciole di quei 36 milioni in cassa il 18 novembre non lasciava scappatoie, occorreva salvare il salvabile, si doveva decidere il male minore. Senza il Salvabanche - questo dice Blandini - «se il primo depositante avesse deciso - come sua facoltà e diritto - di spostare i fondi su un’altra banca, avremmo dovuto chiedere la sospensione dei pagamenti». Quel lunedì 23 novembre, per profilare uno scenario, ribadisce perentorio Blandini « vi era il concreto rischio di dover sospendere i pagamenti con tutte le evidenti conseguenze che avrebbe determinato».
La relazione secretata per anni
E’ un’altra verità, quella che racconta nel suo ruolo di commissario liquidatore di Vecchia Carife (nominato dopo il Salvabanche) e nella relazione al tribunale del dicembre seguente, che indurrà poi i giudici fallimentari a decidere lo stato di insolvenza di Carife. Un atto rimasto secretato per anni, fin dai primi momenti, e ora inserito nei fascicoli giudiziari con la “liberatoria” della procura, a disposizione delle parti processuali.
Un atto nel quale Blandini puntualizza che il Salvabanche «ha consentito il salvataggio delle ragioni di credito dei correntisti, dei creditori diversi dai subordinati (solo questi azzerati, ndr), dei lavoratori e salvaguardando più in generale la stessa economia del territorio». Ma quale sarebbe stata l’alternativa al Salvabanche, criticato e osteggiato, firmato dal governo Renzi ma voluto da Banca Italia? «L’alternativa sarebbe stata – precisa Blandini – l’assunzione immediata del provvedimento di liquidazione coatta a carico di Carife». Una procedura fallimentare, immediata, «con la quale gli stessi creditori diversi dai subordinati (gli altri correntisti, ndr) sarebbero stati rimborsati, pur con posizione prioritaria, solo dopo la liquidazione della banca, in misura parziale e dopo anni». Tanti anni.
La vera verità sui subordinati
E invece i subordinati? «Vista l’entità delle perdite destinate a gravare prioritariamente su tali titoli, non avrebbero recuperato nulla», mentre con il Salvabanche oggi ci sono rimborsi e arbitrati. E ancora, per Blandini, la procedura di liquidazione «avrebbe richiesto l’immediato rientro di una parte rilevante dei prestiti concessi dalla Banca, con ulteriori conseguenze negative dirompenti sul valore di crediti ed economia locale». Ad esempio, un artigiano ferrarese, con linee credito aperte con Carife, sarebbe stato costretto a restituire tutto o faceva crac: si immagini per migliaia di posizioni cosa sarebbe successo.
Un giudizio super partes
Blandini è un “ufficiale giudiziario”, super partes, il commissario liquidatore che deve fotografare lo stato di Carife dopo il novembre 2015. Spiega, articola, elenca e accusa. In modo “oggettivo”, puntando sul fatto che dopo il suo arrivo in Carife, nel 2014, come commissario straordinario per conto di Banca Italia che aveva commissariato Carife, trova una situazione di totale dissesto. I conti fatti in precedenza dagli amministratori Carife - sostiene - erano sballati, sovrastimati. Questa la sintesi: a bilancio figuravano risorse economiche che difficilmente sarebbero state recuperati.
Il buco scoperto dai commissari
«Nel periodo tra 1 gennaio 2013 e 31 marzo 2015 - conteggia Blandini - periodo di oggetto di revisione contabile, emergeva una perdita lorda di circa 376 milioni di euro, pesantemente influenzata dalle svalutazioni rese necessarie nei comparti del credito e delle partecipazioni». Perchè Carife aveva consociate in mezza Italia che producevano solo debiti; aveva prestato milioni e milioni di euro ai famosi “grandi clienti” diventati “grandi debitori”, conteggiati aritmeticamente a bilancio con le stesse cifre, mentre era dovuto, necessario e obbligatorio (le norme bancarie lo impongono), svalutarle: erano crediti in sofferenza. Quei crediti da svalutare
E allora, spiega Blandini, ai magistrati che lo ascoltano per approfondire la sua ricostruzione, e sintetizziamo noi: Carife per poter essere inserita nel Salvabanche doveva alleggerirsi dei crediti in sofferenza o deteriorati ( su queste operazioni approvate da dirigenti e cda è in corso l’inchiesta per il crac per dissipazione e distrazione).
Una svalutazione delle sofferenze, sottolinea Blandini che era «superiore alla svalutazione ordinariamente operata nei bilanci» perché deve rispettare regole dettate dalla Ue. «Le sofferenze prive di garanzie - illustra ai magistrati - debbono essere svalutate fino all’8%, quelle con garanzie al 25%». Dunque, se Carife prestava 100 euro alla società X, su quei crediti poteva mettere a bilancio, nei due casi, solo 8 e 25 euro. Metteteci dietro gli zero dei milioni di euro mai rientrati, ed ecco i numeri del crac.
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