Morti nei crolli del sisma Il pm chiede quattro mesi
Sant’Agostino, la procura presenta il conto per la tragedia della Ceramica Per l’accusa l’azienda avrebbe dovuto puntare alla massima sicurezza
SANT’AGOSTINO. Anche se nessuna norma di legge fu violata, esiste comunque una colpa generica, quella di non aver scelto la strada della maggior sicurezza realizzando i capannoni a regola d’arte. Lo ha ribadito ieri il pubblico ministero Ciro Alberto Savino nel chiedere quattro mesi di condanna per tutti e quattro gli imputati del processo del crollo del capannone della Ceramica Sant’Agostino durante il terremoto del maggio 2012. Quella notte sotto le macerie morirono Nicola Cavicchi, di 35 anni e Leonardo Ansaloni di 51. Entrambi stavano svolgendo il turno di notte quando vennero travolti dal crollo senza possibilità di scampo. Per quella tragedia sono finiti a processo per omicidio colposo l’imprenditore Ennio Manuzzi, titolare della “Ceramica”, i tecnici Andrea Govoni e Andrea Fipertani e Bruno Luigi Formigoni, tutti a giudizio con rito abbreviato. Ieri nella sua requisitoria il pm ha insistito sulla colpa generica da attribuire agli imputati, perché se è vero che nessuna normativa è stata trasgredita, è altrettanto vero - ha sostenuto - che l’agente modello avrebbe dovuto costruire a regola d’arte i capannoni in cui lavoravano gli operai. Di parere opposto le difese (avvocati Caniato, Micai e Sgubbi), che oltre a rimarcare l’assenza di normative più restrittive in materia di sicurezza antisismica, hanno puntato a mettere in discussione il messo di causa tra un eventuale apporto di modifiche al capannone con l’evitabilità dell’evento, cercando di dimostrare attraverso i loro consulenti che anche eventuali interventi non avrebbero impedito il cedimento del capannone. Tesi che ribadiranno anche alla prossima udienza, a fine settembre, dedicata alle arringhe difensive.
Alessandra Mura
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