La Nuova Ferrara

Ferrara

i 40 anni della legge 180

«La “follia” dopo Basaglia? Cogliere i segni nei ragazzi»

La psichiatra Paola Carozza (Asl): con il trattamento precoce si può guarire Ma entro 2-5 anni dall’insorgenza dei sintomi. Medici e pediatri le “sentinelle”

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FERRARA. L’assistenza ai malati psichiatrici, dopo l’abolizione dei manicomi cancellati dalla legge Basaglia di cui ricorre in questi giorni il quarantennale, ha seguito il percorso tracciato dalla “180”. Ma negli anni è cambiata anche la conoscenza dei meccanismi che producono disagio mentale o sconfinano nella patologia conclamata, come pure l’approccio alle terapie, oggi più mirato e appropriato che in passato.

A Ferrara il Dipartimento di Salute mentale dell’Asl segue circa 12.600 persone affette da disturbi mentali e del comportamento, dai più lievi ai più difficili da affrontare dal punto di vista medico e sanitario. Paola Carozza guida il servizio da oltre due anni dopo aver esercitato a lungo la sua attività professionale nelle Asl di Ravenna e di Chieti.

Dottoressa Carozza, negli ultimi 40 anni non è cambiata solo l’assistenza al malato ma complessivamente l’approccio alla malattia. Quali risultati sono stati raggiunti?

«Nell’ultimo decennio sono stati compiuti importanti passi avanti sul fronte della diagnosi precoce e dell’identificazione dei diversi stadi della malattia. Sono stati meglio delineati anche i diversi ambiti nei quali è possibile riconoscere la presenza di un disagio lieve o di una patologia: quello delle alterazioni biochimiche dell’organo, il cervello, quello delle alterazioni dei meccanismi emotivi, cognitivi e comportamentali e il piano cosiddetto sociale, dove emergono in particolare le difficoltà di relazione, che sono spesso la spia di un malessere nascosto o poco evidente che può sfociare nella malattia».

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Come si comporta il medico che ha individuato la prevalenza di un fattore, quello biochimico ad esempio, rispetto a quello comportamentale?

«L’approccio farmacologico è indicato per impostare una terapia se il “disordine” è motivato anche da un problema di natura biologica. La riabilitazione psichiatrica può aiutare il paziente a rientrare nell’attività quotidiana e nel suo ambiente di vita, la psicoterapia può essere utile per il “governo” o controllo delle emozioni. È sbagliato quindi pensare che il trattamento delle patologie della mente debba essere affidato solo alla somministrazione del farmaco. Per un paziente complesso come quello psichiatrico oggi è indicato un trattamento integrato, sia dal punto di vista della terapia che del personale che diventerà il suo punto di riferimento: lo psichiatra per la terapia basata sul farmaco, l’operatore (infermiere, riabilitatore) per la riabilitazione sociale, lo psicologo per la psicoterapia. Il cerchio delle professionalità però è anche più ampio: comprende gli assistenti sociali, ad esempio, se e quando entrano in gioco problemi abitativi o l’assenza di un lavoro».

Il cittadino comune talvolta fatica a riconoscere l’efficacia del trattamento psichiatrico a causa della lunghezza dei percorsi di cura e riabilitazione.

«Su questo punto gli ultimi anni sono stati molto “interessanti”per chi ha il compito di aiutare il paziente a superare la malattia e a reinserirsi. La combinazione dei diversi trattamenti, se entra in gioco entro 2-5 anni dall’insorgenza dei primi disturbi, può garantire la guarigione, il ritorno a una vita normale, un buon adattamento sociale. Più l’intervento è tardivo, invece, più il risultato risulta incerto e la “cura” meno efficace. Come per l’oncologia l’intervento precoce può essere il migliore alleato del paziente. Quando si sono interrotti i rapporti sociali (amicizie, relazioni sentimentali o di lavoro) tutto diventa più difficile e nulla può essere garantito. È importante cogliere i primi segnali di disagio, che si possono già individuare in ragazzi e adolescenti di 13-14 anni. Ecco perché la neuropsichiatria infantile oggi ha acquisito un ruolo più centrale che nel passato».

Come si raggiunge questa utenza che talvolta è “sconosciuta” o comunque poco trasparente anche per i familiari più prossimi, i genitori?

«Valorizzando il ruolo del pediatra, del medico di famiglia, del consultorio, insomma creando una rete che deve “monitorare” la fascia d’età in cui più comunemente insorge la malattia, fra i 14 e i 30 anni. Sono disponibili indicatori individuati grazie a ricerche importanti, eseguite in Australia e in Inghilterra: deficit dell’attenzione, difficoltà di apprendimento, aumento delle assenze scolastiche, uso di sostanze».

La droga dovrebbe essere considerato un indicatore da decenni, ormai.

«Oggi viene assunta spesso con una finalità “autoterapeutica”, non voluttuaria come poteva avvenire più frequentemente in passato. Droga e alcol vengono usati come ansiolitici da chi non si sente “adeguato”. Se questi segnali non vengono colti in fretta il disturbo del comportamento può diventare qualcosa di più grave: si può perdere la capacità di ragionare, comunicare, interagire, apprendere, compromettere cioè le funzioni cognitive. Si entra così nell’area della disabilità».

Fenomeni come il bullismo o le aggressioni contro amici e compagni sono diventate più frequenti anche nella nostra provincia.

«Ai giovani oggi bisogna rivolgere un’attenzione sempre maggiore. Nelle comunità, fra ragazzi ai primi stadi del disagio sociale e disturbi più gravi, sono ospitati circa 45 minorenni residenti».

Gioele Caccia


 

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