Crollo di San Domenico «Un evento annunciato»
Dura la denuncia di Ferrariae Decus che già provò a salvare il tempio. «È stato un colpevole abbandono: opere preda di muffe, umidità e tarli»
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FERRARA. Mentre lunedì proseguiranno gli interventi per tamponare il crollo del tetto che lo scorso giovedì ha coinvolto la chiesa di San Domenico, arriva una forte e piccata reprimenda da parte di Ferrariae Decus, associazione cittadina per la tutela dei monumenti.
«Un evento annunciato» è così che l’architetto Michele Pastore, presidente dell’associazione, stigmatizza quanto accaduto nella chiesa di via Spadari. Con parole dure e nette viene denunciato lo «stato di degrado e di colpevole abbandono in cui versa questo importante esempio di architettura tardo barocca da ben prima del terremoto 2012 e, dallo stesso terremoto, gravemente danneggiato».
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Un abbandono colpevole quindi quello denunciato dall’associazione che, continua Pastore, «già da un paio d’anni si era attivata per salvare il salvabile». Data la mancanza di un congruo finanziamento per un restauro generale, il cui costo Pastore stima oltre i 4 milioni di euro, l’associazione si era focalizzata nel salvare le opere d’arte contenute all’interno della chiesa che non arano già state messe in sicurezza.
Fra questi l’architetto ricorda «il coro ligneo della fine del 1300, preziosa opera di Giovanni Baisi, uno dei più antichi esistenti nella regione; gli arredi lignei che coprono interamente l’antica sagrestia (la Cappella Canani); numerosi dipinti tra i quali opere dello Scarsellino, del Bononi, del Gandolfi ed altri, contenuti nelle cappelle laterali, nonché diverse sculture in marmi pregiati». Ciò che non è stato salvato, poco, secondo quanto dice Pastore, è rimasto esposto all’incuria ed alle sue conseguenze: tarli, muffa e variazioni di umidità.
Era stata formata, racconta il presidente di Ferrariae Decus, anche grazie all’associazione «una cordata assieme alla Curia ed al determinante contributo ottenuto dall’associazione regionale delle Fondazioni Casse di Risparmio. I fondi raccolti erano sufficienti per bonificare queste preziose opere e per trasferirle momentaneamente in sede più sicura», si era addirittura pensato ad «una mostra temporanea aperta al pubblico».
Tutto però risultò in un nulla di fatto. «I lavori non hanno potuto procedere per la paradossale impossibilità di entrare nella chiesa – continua Pastore– La ragione di ciò deve essere addebitata a chi cambiava in continuazione i lucchetti del portone, ritenendo San Domenico casa sua, ed impedendo di conseguenza l’ingresso ai restauratori. Tutto ciò sembra assurdo, ma è la semplice verità». Non viene mai menzionato direttamente dal presidente dell’associazione, ma in queste azioni l’indice è puntato su Mons. Mariotti.
Il problema ora è ingigantito: «Quelle disponibilità finanziarie oggi si sono perse, sopratutto perché il contributo delle Fondazioni Casse di Risparmio era a termine», ma non solo, «il danno alla copertura corre il rischio di provocare conseguenze a catena ed il probabile ingresso dell’acqua piovana proprio nella zona dell’abside, dove è collocato il prezioso coro ligneo, può provocare danni irreparabili». Duplice è quindi l’ordine di problemi: un effetto domino che rischia di apportare danni irreparabili ad un inestimabile patrimonio e, dall’altra parte, la necessità di reperire fondi che diventano sempre maggiori e pesanti così come difficili gli interventi di restauro per salvare il prezioso tempio al centro della nostra città.
Una domanda finale lascia l’architetto Pastore: «Perché San Domenico non è stata posta tra le priorità per accedere ai contributi sismici che oggi penso siano esauriti?». (a.r.)
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