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Morti per il terremoto, prime condanne

di Alessandra Mura
Morti per il terremoto, prime condanne

Sei mesi a titolare e responsabile sicurezza, assolti i tecnici. Passa il “modello” della procura ferrarese sulla tutela massima

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DOSSO. Una sentenza che scrive a chiare lettere un concetto molto lineare: in materia di sicurezza sul lavoro la prudenza non può e non deve essere mai troppa.

Le due condanne - le prime finora in tutte le inchieste sulle morti per il terremoto in Emilia Romagna - pronunciate ieri dal giudice Vartan Giacomelli per i crolli del 20 maggio 2012 alla Tecopress di Dosso - segnano uno spartiacque. I sei mesi, con pena sospesa, inflitti al titolare dell’azienda Enzo Dondi e alla responsabile della sicurezza Elena Parmeggiani, adottano il “modello” della procura di Ferrara che, controcorrente rispetto all’orientamento dei magistrati di Modena, sosteneva che quei capannoni in cui lavoravano decine e decine di persone - e dove morì l’operaio turnista Gerardo Cesaro di 59 anni - dovevano garantire la massima sicurezza, non importa se costruiti prima del 2003, quando il Ferrarese non era ancora considerato territorio sismico: si poteva e si doveva adeguarli secondo i criteri, più restrittivi, introdotti nel 2008 con il Testo Unico sulla Salute e Sicurezza sul Lavoro.

Il giudice ha così accolto la tesi accusatoria sostenuta in tutti questi anni dal pubblico ministero Ciro Alberto Savino, e respinto le motivazioni delle difese, che in punta di diritto sottolineavano come gli adeguamenti antisismici fossero previsti dalla legge solo per i fabbricati di nuova costruzione e, tra gli esistenti, quelli considerati “strategici” cioè gli edifici che in caso di calamità naturale devono restare in piedi per consentire di gestire le emergenze e assicurare il ricovero delle persone, come stadi, prefetture, ospedali, scuole. Tra questi, avevano obiettato durante il dibattimento le difese, non rientrano i capannoni di aziende private come la Tecopress. Tesi, del resto, alla base delle archiviazioni richieste dalla procura di Modena nelle inchieste “gemelle” per il terremoto del 29 maggio.

A Ferrara, al contrario, è passata la linea della massima sicurezza, sempre e comunque, perché se è vero che un terremoto di quella violenza non si poteva prevedere, ha ribadito fino alle repliche finali il pm Savino - è altrettanto vero che i capannoni dovevano essere costruiti per resistere anche a fronte di un evento simile.

Diversa la posizione, e la sorte processuale, degli altri tre imputati, tutti tecnici: il progettista del capannone Dario Gagliardi, il progettista e direttore dei lavori Antonio Proni e il collaudatore Modesto Cavicchi, per i quali la procura aveva chiesto quattro mesi di condanna.

Il giudice li ha assolti con formula piena, perché all’epoca della costruzione dei manufatti, dieci anni prima del 2003, non erano ancora state introdotte le normative antisismiche nel Ferrarese. Nel corso del dibattimento le difese hanno dimostrato che i capannoni erano stati costruiti a norma di legge, e nessun addebito poteva essere mosso. Tra 90 giorni le motivazioni di una sentenza che costituisce un precedente, e contro la quale le difese dei due imputati condannati hanno annunciato appello.

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