La Nuova Ferrara

Ferrara

Quattro morti sul lavoro per i capannoni crollati

di ALESSANDRA MURA
Quattro morti sul lavoro per i capannoni crollati

Le vittime avevano dai 29 ai 59 anni ed erano tutti operai turnisti nelle fabbriche A Ferrara le prime condanne: ha vinto la tesi della massima sicurezza comunque 

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Gerardo Cesaro, 59 anni, stava facendo il turno di notte alla Tecopress di Dosso come operaio. Mancavano un paio di ore al termine del lavoro, poi sarebbe tornato a casa dalla sua famiglia, a Molinella. Nello stesso istante, non molto lontano, Nicola Cavicchi di 35 anni, residente a San Martino e Leonardo Ansaloni, 51 anni, di Reno Centese, stavano lavorando alla Ceramica Sant’Agostino. Nicola non avrebbe nemmeno dovuto essere lì: aveva accettato di cambiare il turno con un collega, perché per il giorno dopo, domenica, il meteo aveva messo brutto tempo e non era necessario alzarsi presto per andare al mare. Tarik Naouch, 29 anni era marocchino ma già da diverso tempo viveva a Bevilacqua, nel Bolognese, con la mamma e il fratello minore. Da circa sette anni era assunto come operaio all’Ursa di Stellata, e quel 19 maggio 2012 il turno di notte era toccato a lui. In venti secondi, alle 4.04, le loro vite sono state cancellate, sepolte sotto le macerie dei capannoni crollati per le scosse .

Quattro morti sul lavoro per tre processi, tutti condotti sul filo della responsabilità morale degli imputati, che secondo la procura avevano comunque il dovere di garantire la massima sicurezza di quei capannoni, anche se costruiti prima dell’introduzione delle norme antisismiche, nel 2003 e poi ancora nel 2008. Su questo fondamento, a Modena, le inchieste “gemelle” sui morti per il sisma si erano concluse con le richieste di archiviazione.

Qui a Ferrara le indagini hanno preso una strada diversa, la procura ha chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio degli indagati e, l’8 maggio scorso le prime due condanne. Sei mesi, con pena sospesa, per il titolare della Tecopress Enzo Dondi e per la responsabile della sicurezza Elena Parmeggiani. A loro il pubblico ministero Ciro Alberto Savino contestava il mancato adeguamento dei capannoni secondo i criteri più restrittivi introdotti nel 2008 con il Testo Unico sulla Salute e Sicurezza Sul Lavoro. Il giudice ha accolto in pieno le richieste di condanna; assolti invece gli altri tre imputati, tutti tecnici (progettisti e collaudatori) perché al momento della loro realizzazione, secondo le norme precedenti il 2003, i capannoni vennero costruiti a regola d’arte.

Sarà importante leggere le motivazioni di una sentenza che avalla la “tesi ferrarese” e crea un significativo precedente, soprattutto in vista degli altri due processi, quelli per i crolli di Ursa e Ceramica Sant’Agostino, a loro volta arrivati alle battute finali. Manca solo una decina di giorni alla sentenza-Ursa: il 31 maggio è attesa la requisitoria del pubblico ministero, con le richieste nei confronti degli imputati, il collaudatore Mauro Monti e il progettista Pierantonio Cedrini. Per la procura avrebbero dovuto prevedere e controllare l’armatura nelle travi: una di queste cedette e fece crollare il tetto addosso al giovane Tarik. Secondo le difese, la struttura fu progettata ed eseguita nel rispetto delle norme sulla sicurezza vigenti, prima del 2003 che non prevedevano strutture antisismiche.

È atteso per il 26 settembre, infine, il verdetto del processo Ceramica Sant’Agostino che vede imputati il titolare Ennio Manuzzi e i tecnici Andrea Govoni e Andrea Fipertani e Bruno Luigi Formigoni, per i quali il pm ha chiesto condanne tra i 6 i e i 4 mesi.

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