«Noi, genitori e figli bullizzati dalla scuola»
L’esperienza personale: mi sono sempre rifiutata di subire la certificazione Dsa «Pressioni e discriminazioni su basi discutibili, è ora di fare un passo indietro»
Bullizzati dalla scuola. Sembra un paradosso, eppure esiste anche quest’aspetto del fenomeno bullismo. Che, fra le sue tante sfaccettature - e anche a Ferrara gli episodi in quest’anno scolastico che va a terminare non sono certo mancati - annovera anche quello “istituzionale”. Come? “Marchiando” alcuni studenti, ossia spingendo i loro genitori - e le argomentazioni anche “allettanti”, come vedremo, non mancano - ad acconsentire che i loro figli vengano certificati come portatori di disturbi specifici dell’apprendimento. Partiamo da una storia vissuta in prima persona, che non è una banale eccezione a smentire la regola, per addentrarci in questo mondo “parallelo”, poco conosciuto perché spesso volutamente ignorato: chi ha voglia di farsi carico dei problemi altrui? La questione è delicata, si scontra con una necessità di tutela dei minori e, quindi, la mamma nostra interlocutrice rimarrà anonima, la individueremo con un nome di fantasia. E abbiamo scelto di chiamarla Arianna, facendoci consegnare il filo del discorso che ci guidi in questo labirinto.
Arianna, ragazzi bullizzati dalla scuola: un ossimoro...
«Per sommi capi: 50 anni fa si bocciavano i figli di famiglie povere, gli orfani, qualche “asino”. Poi sono arrivati don Milani, quindi il ’68, un processo culturale che ha portato alla “manica larga”, a far promuovere tutti o quasi. Arrivando all’ultimo decennio, ecco il liberismo, la “meritocrazia”, la riforma Gelmini del 2010...».
Restiamo ai giorni nostri: cos’è cambiato con l’introduzione della riforma?
«Supera la legge 104 sulla disabilità del ’92, introducendo, come da Dsm (manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), i Dsa (disturbi specifici dell’apprendimento), ai quali sono riconosciuti i Bes (Bisogni educativi speciali), per fortuna dal 2013 estesi anche a chi ha difficoltà sociali e personali non certificabili da un neuropsichiatra infantile. Naturalmente, una diagnosi a norma di Dsm non è una tragedia, visto che il Dsm viene continuamente aggiornato: per esempio, nell’edizione del 1990 l’omosessualità ha smesso di essere considerata un disturbo mentale. Inoltre, i disabili hanno il sacrosanto diritto di essere integrati nelle classi».
Lasciamo da parte le disabilità più gravi. Parliamo del Dsa.
«Dislessia, disgrafia, disortografia, discalculia. Sono disturbi di supposta origine genetica, che le maestre, sin dalla scuola materna, sono sollecitate a individuare precocemente e segnalare, ai servizi sociali se necessario».
Sembra utile e banale...
«Sì, viene individuato un problema, ma al contempo può venire intaccata la libertà di cura: nel nostro Paese la quantità di diagnosi è così esorbitante rispetto al resto d’Europa, e cito Daniele Novara, che è diventato il sistema privilegiato, pensato da un lato per includere chi ha queste difficoltà, dall’altro per potenziare i talenti. Questo ha fatto abbandonare l’universalismo dell’insegnamento, introducendo la didattica differenziata, fin dalla prima elementare...».
Ecco, differenza, è questa la parola chiave?
«Sì, perché il riconoscimento del certificato Dsa è disciplinato da regolamenti su base regionale. Da noi vale la certificazione di un neuropsichiatra infantile del servizio pubblico. E questa è un’etichettatura: ai ragazzi vengono sì dati strumenti compensativi e dispensativi, ma, in assenza di risorse economiche aggiuntive per personale di sostegno, lungo il percorso scolastico gli strumenti dispensativi finiscono col prevalere su quelli compensativi».
In pratica?
«Puoi dare un voto più alto per una prestazione inferiore, puoi esentare da un compito in classe, oppure permettere di consultare appunti... i ragazzi vengono valutati in maniera differente, per protocollo, nelle prove scritte».
Continua ad apparire come buono e giusto...
«Queste malattie vengono spacciate per genetiche, senza che ve ne sia un riscontro scientifico, che le faccia corrispondere a un preciso cromosoma, gene. E i ragazzi vengono etichettati come una via di mezzo fra il disabile e il sano».
Cosa comporta?
«I genitori che accettano la certificazione lo fanno soffrendo moltissimo, per lo più temendo l’abbandono scolastico. Una volta accettato il percorso di certificazione, appena il 15% esce poi dalla diagnosi al termine del percorso scolastico (ma, se è a base genetica, significa che almeno per questa quota c’è stato un errore diagnostico...). Siamo sicuri che non sia il percorso stesso a rendere difficile il riscatto? Un dubbio del genere è un ulteriore dolore per il genitore che ha accettato la certificazione, ossia l’idea di avere un figlio malato anche se forse non lo è».
Perché un genitore arriva ad accettarlo?
«Per le forti e continue pressioni che subisce, per altro da parte di personale non medico ma della scuola, e perché non ha risorse diverse - economiche, di tempo, culturali - per affrontare in altro modo le difficoltà scolastiche del figlio».
Il mondo della scuola perché lo ha accettato?
«Per le prospettive di aumento di occupazione: ci sono professionalità che vengono introdotte, come logopedista, psicomotricista, educatore professionale, psicologo, insegnante di sostegno (per anni scorciatoia per scalare le graduatorie del provveditorato...). Ma si attivano anche altri percorsi paralleli, dalla musicoterapia all’ippoterapia, si consolidano cooperative sociali che offrono servizi alle scuole. Ogni stimolo positivo può, in linea di principio, essere supportato dagli enti locali».
Tutto questo nella prima fase di scolarizzazione quali ripercussioni ha?
«La suddivisone in gruppi di livello fin dalla prima elementare: nel gruppo svantaggiato ci finiscono gli stranieri, quelli nati a fine anno solare e gli adottati, con una percentuale di Dsa fra questi ultimi che arriva al 90%: anche questi sono geneticamente diversi? Poi, in teoria ci sarebbe una tutela della privacy che viene cancellata dai fatti: insegnante di sostegno (se c’è), valutazioni diverse che, anche con la maggiore buona volontà degli insegnanti, risaltano nelle prove scritte... Poi, i bambini li individuano subito e, si sa, il più delle volte tendono a bullizzare i più deboli».
E se il genitore non ha fatto certificare un Dsa?
«Anche se ha un Bes...».
Un Bes?
«Dal 2013 è esteso a chiunque il riconoscimento di bisogni educativi speciali, il Bes: per motivi di disagio sociale, perché parla un’altra lingua... ma in questi casi il ragazzino non ha diritto a una valutazione di favore nelle prove scritte, la quale, di fatto, garantisce la promozione».
E con l’approdo alle superiori?
«Ci sono meno insegnanti di sostegno e rischia d’iniziare la ghettizzazione, perché sono gli stessi genitori a instradare i figli verso scuole “Dsa friendly”. Altrove, anche i Dsa vengono bocciati, perché emerge che nel loro percorso scolastico non hanno costruito le basi. Solo gli strumenti dispensativi consentono di proseguire il percorso scolastico e, quindi, proteggono il ragazzo dall’abbandono della scuola».
Il mondo scolastico è in grado di affrontare tutto questo?
«Gli insegnanti sono costretti a un aggravio di lavoro enorme, devono erogare verifiche diverse, valutare con metodi diversi, ogni insegnante deve sdoppiarsi e non hanno più tempo d’insegnare, ma sono sempre lì che preparano e correggono prove differenziate».
Ecco ritornare la parola differenza...
«Che introduce la discriminazione. Premesso che questa normativa è unica in Europa e avrebbe il pregio teorico di non ghettizzare i ragazzi in difficoltà, nelle scuole in cui le percentuali di Dsa sono consistenti, se un ragazzo non è stato fatto certificare, finisce con l’essere involontariamente discriminato dagli insegnanti, che non hanno gli strumenti di legge per aiutarlo. Dal canto suo, inoltre, il genitore che rifiuta la certificazione viene accusato di non voler riconoscere i problemi del figlio, persino se lo ha fatto seguire da professionisti di sua scelta fin dalla più tenera età: paradossalmente, il genitore che crede nella qualità della scuola pubblica è “braccato”, perché, nel passaggio da un livello scolastico all’altro, viene segnalato che si è opposto alla certificazione del figlio. Ma, in quelle scuole superiori in cui la concentrazione di Dsa è molto bassa, è discriminato anche il ragazzo certificato, dai suoi stessi compagni di classe, perché il cosiddetto meritevole non accetta di prendere lo stesso voto su prove diverse».
Come se ne può uscire?
«Non lo so. Sicuramente normative e valutazioni uniformi non richiedono sforzi per mantenere la privacy e valorizzano il buon senso degli insegnanti. E basta pressioni per la certificazione, che ora sono quasi ricattatorie».
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