Nuove testimonianze L’inchiesta va avanti
Pressioni all’ex parroco: comportamento ambiguo, dica il vero
GORO. «Dalla lettura degli atti e dalle sollecitazioni emerse in sede di udienza, appare necessario effettuare ulteriori indagini essendo emersi nuovi spunti investigativi. Appare indispensabile che il Pm provveda a svolgere le attività istruttorie sollecitate dall’opponente».
L’ordinanza. Riparte da qui, dall’ordinanza del gip Carlo Negri, l’inchiesta sull’omicidio di Willy Branchi, il diciottenne di Goro massacrato il 30 settembre 1988. Accogliendo in pieno l’opposizione alla richiesta di archiviazione avanzata dalla famiglia Branchi attraverso il suo avvocato, Simone Bianchi, il gip ha voluto imprimere un giro di vite a un’indagine soffocata da omissioni, omertà e menzogne. Lo stesso muro di gomma che aveva portato il pm Giuseppe Tittaferrante, con grande rammarico, a chiedere l’archiviazione dell’inchiesta che la famiglia Branchi, nel 2014 e a 26 anni dai fatti, aveva fatto riaprire. Il nuovo capitolo che si apre oggi tenterà di fare breccia in quel muro di gomma.
Unico indagato. Al momento c’è un solo indagato, per falsa testimonianza: il pensionato Carlo Selvatico. Lo stesso che dovrà comparire in tribunale il 10 luglio, lo stesso che dopo essersi avvalso della facoltà di non rispondere all’interrogatorio di garanzia, all’uscita del tribunale dichiarò ai giornalisti che a lui, della morte di Willy, non importava niente. Segnale più che chiaro del clima di paura che ancora avvolge Goro su questa atroce vicenda.
Menzogne. Ora ci sono altre persone - «dalle cinque alle otto», spiega l’avvocato Bianchi - che saranno iscritte nel registro degli indagati se non si decideranno a dire quello che sanno, o a non persistere a mentire, «perché tra un non ricordo e una menzogna sfacciata ce ne passa», continua. Se sarà più forte il timore di un processo per falsa testimonianza o favoreggiamento, oppure quello di altre ritorsioni quello sarà solo il tempo a dirlo. Quanto tempo? Non è dato sapere il termine concesso dal gip, che sarebbe comunque «congruo» secondo il legale.
Il movente. Perché le novità da cui ripartire sono tante. I testimoni finora reticenti, ma anche chi trent’anni fa non collegò certe circostanze alla fine di Willy perché il vero movente, quello della pedofilia e del giro di adescatori di ragazzini semplici e svantaggiati come Willy, non era emerso. Allora si puntava sulla pista di Valeriano Forzati, il killer del Laguna Blu, «e ogni altro elemento estraneo a questa ipotesi non fu approfondito».
Informativa fantasma. Avrebbe potuto emergere già nel 1996 il movente legato al giro di pedofili; c’era già tutto nero su bianco, con nomi e cognomi, in un’informativa dei carabinieri che non venne mai trasmessa alla procura. Perché? «Il motivo lo stiamo ancora aspettando. Aspettiamo ancora una risposta all’interrogazione parlamentare del 2015 - continua Bianchi - I carabinieri di allora sono ancora in servizio, ma anche gli ufficiali che sono venuti dopo dovrebbero dirci perché quell’informativa riemerse soltanto nel 2014, dopo la riapertura dell’indagine. Era stata dimenticata? Era stata nascosta? Noi non lo sappiamo. Sappiamo solo che se quegli elementi fossero emersi già nel 1996, l’indagine avrebbe preso tutta un’altra piega, avremmo potuto riesumare già allora il corpo e ricavare i dna».
Nuovo testimone. Proprio dalla definizione del movente emerge la figura del nuovo testimone, una persona che aveva visto Willy insieme ad alcuni uomini più grandi di lui, ma che all’epoca, quando tutto sembrava concentrarsi sulla figura di Forzati, non aveva ritenuto fossero circostanze di interesse.
Il parroco. Ma ci sono altre due figure chiave, che l’archiviazione all’opposizione ha posto all’attenzione del giudice. C’è don Tiziano Bruscagin, parroco di Goro all’epoca dei fatti, già indagato per falsa testimonianza e poi archiviato . A un giornalista aveva detto di sapere tutto per poi ritrattare davanti al magistrato. Per valutare eventuali violazioni al Codice di Diritto Canonico, scrive il gip, potrebbero ora essere coinvolte le autorità ecclesiastiche: «Se quelle informazioni le aveva ottenute in sede di confessione, allora ha violato il segreto - aggiunge l’avvocato - Altrimenti, ancora meglio per l’indagine. In entrambi i casi il comportamento del parroco appare non all’altezza morale del suo ruolo di religioso».
Il professionista. C’è, infine, un’altra figura fondamentale, mai entrata prima dell’indagine. «Lo dico con rammarico - ha concluso l’avvocato Bianchi - Ma c’è un professionista ferrarese con passati legami con Goro, che ha rilasciato dichiarazioni del tutto inammissibili e perfino sfacciate nella loro falsità. Di questo dovrà rendere conto, per non finire indagato».
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