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Don Bruscagin resta chiuso nel silenzio

Don Bruscagin resta chiuso nel silenzio

Omicidio Branchi. L’ex parroco di Goro non vuole commentare gli ultimi sviluppi dell’inchiesta

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GORO. Dopo le dichiarazioni alla stampa e le ritrattazioni davanti al giudice, c’è solo il silenzio. Non parla, don Tiziano Bruscagin, ex parroco di Goro, figura chiave nell’indagine sulla morte di Willy Branchi. Nessun commento all’ordinanza del gip di Ferrara che, accogliendo la richiesta della famiglia della vittima di non archiviare il caso, punta il dito contro il sacerdote per il suo comportamento contraddittorio e poco lineare, ipotizzando la possibilità di informare autorità ecclesiastiche per «eventuali violazioni di precetti del codice di diritto canonico». Non si mette in discussione il segreto della confessione, anzi: quelle prime dichiarazioni alla stampa, con informazioni importanti per l’indagine potrebbero semmai rappresentare una trasgressione di quel principio. Poi, come sappiamo, il sacerdote ritrattò tutto: disse che erano solo pettegolezzi di paese. «Ma può, questo atteggiamento - si era chiesto l’avvocato della famiglia di Willy, Simone Bianchi - essere moralmente compatibile con il ruolo di un religioso?». Domanda raccolta e fatta propria dal gip Negri che, nella sua ordinanza, conferma la necessità di fare pressione sull’ex parroco, perché dica quello che sa. Lui, don Bruscagin, 78 anni, ha lasciato Goro nel 2011 e oggi guida la parrocchia di Correzzola, nel Padovano, una comunità di 5.200 anime.

«Offrirò la massima collaborazione alla procura, dirò con il cuore e davanti a Dio tutto quello che so, quello che non so non lo invento, non dico bugie: guarda che ho capito che vogliono che io tolga le castagne dal fuoco», aveva dichiarato alla Nuova nel 2014, quando l’indagine era stata riaperta. Poi, davanti ai magistrati, aveva ritrattato tutto. E oggi è chiuso in un silenzio impenetrabile.

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