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ricerca condotta dagli esperti delle università di Ferrara e firenze 

Crocifisso 2mila anni fa, scheletro scoperto in uno scavo

Crocifisso 2mila anni fa, scheletro scoperto in uno scavo

Messo in croce dai Romani come Gesù. A suggerire questo scenario ai ricercatori dell’Università di Ferrara e di Firenze è stato il rinvenimento dello scheletro di un uomo risalente a circa 2.000 anni...

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Messo in croce dai Romani come Gesù. A suggerire questo scenario ai ricercatori dell’Università di Ferrara e di Firenze è stato il rinvenimento dello scheletro di un uomo risalente a circa 2.000 anni fa ritrovato in una sepoltura anonima e isolata vicino a Rovigo. È il secondo caso documentato al mondo di una crocifissione d'epoca romana: secondo gli studiosi si tratta probabilmente di uno schiavo trentenne, di bassa statura e di corporatura gracile. I segni dell'esecuzione, rimasti impressi sulle ossa del piede, sono stati esaminati da un gruppo di esperti dei due atenei che pubblicano i risultati dello studio sulla rivista Archaeological and Anthropological Sciences.

Il reperto era stato individuato durante gli scavi archeologici d'emergenza condotti tra il 2006 e il 2007 dall'allora Soprintendenza Archeologica del Veneto, in occasione della posa in opera del metanodotto in località “La Larda” di Gavello, nei pressi di Rovigo.

«Nonostante le cattive condizioni di conservazione, abbiamo potuto dimostrare la presenza di segni sullo scheletro che indicano una violenza assimilabile alla crocifissione», afferma l'antropologa Emanuela Gualdi dell'Università di Ferrara. «Il calcagno destro, l'unico conservato, mostra inequivocabilmente una lesione per sfondamento dal lato mediale per il foro d'entrata: la lesione attraversa poi il calcagno fino al lato esterno del piede, confermando l'ipotesi di un'esecuzione tramite crocifissione», aggiunge la collega Nicoletta Onisto.

«Questo tipo di esecuzione - precisa Ursula Thun Hohenstein - veniva generalmente riservata agli schiavi. La stessa marginalizzazione topografica della sepoltura induce a pensare che si trattasse di un individuo ritenuto pericoloso e negletto dalla società in cui viveva che lo rifiutò anche dopo la morte».



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