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Ospedale Sant’Anna Libera professione a passo di gambero

Ospedale Sant’Anna Libera professione a passo di gambero

Calano gli incassi e la flessione è confermata dalle previsioni Incidono le difficoltà delle famiglie e i percorsi “guidati” 

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Negli stessi giorni in cui il Censis sforna dati soprendenti sul ricorso degli italiani alla sanità privata, con un esborso talvolta insostenibile per le tasche delle famiglie che sono costrette a indebitarsi, a Ferrara l’azienda ospedaliera pubblica i dati di un calo di circa il 10% - tra le previsioni e il consuntivo - degli incassi da attività libero professionale (alp). Per il Sant’Anna l’intero sistema delle prestazioni offerte nell’intrameonia, cioè erogate in azienda ma con il pagamento di un compenso direttamente al professionista che poi “gira” una quota del ricavo all’ospedale, nel consuntivo 2017 valeva 4 milioni e 51mila euro, 600mila euro in meno rispetto al preventivo e 800mila sotto la chiusura del bilancio d’esercizio 2015, quando la voce secondo le previsioni avrebbe dovuto superare i 5 milioni e 400mila euro. Un calo rilevante che il bilancio preventivo del 2018 di fatto conferma, perché a fine anno l’ospedale di Cona conta di incassare dall’attività svolta in libera professione circa 4 milioni e 100 mila euro, una cifra che resta lontana dalla somma preventivata nel 2017.

«Bè - commenta il direttore generale dell’azienda ospedaliera, Tiziano Carradori - le cifre che il Censis ha pubblicato in questi giorni confermano le difficoltà delle famiglie a sostenere alcuni costi indispensabili. È un fattore che può aver contribuito ad abbassare il ricorso a questa tipologia di prestazioni che richiedono un impegno economico più sostanzioso rispetto a quelle offerte attraverso i canali istituzionali».

È noto che ad alimentare la libera professione intramoenia, che non è sinonimo di sanità privata essendo svolta sotto la supervisione e il controllo economico del sistema pubblico, sono in particolare due fattori: la lunghezza delle liste d’attesa e la fiducia nel professionista al quale si rivolge l’utente, disposto a pagare una somma più alta del ticket per sentirsi più sicuro e tutelato nel momento in cui è in gioco la sua salute. «Noi, e parlo dell’azienda ospedaliera, ma anche dell’Asl e della Regione - aggiunge Carradori - abbiamo investito risorse importanti negli ultimi anni per colmare le carenze di organico, fornire più posti letto nelle aree di degenza che richiedevano un potenziamento legato all’aumento delle esigenze, migliorare l’integrazione - in particolare con l’Asl - per agevolare alcune tipologie di pazienti, in particolare quelli oncologici, che oggi possono contare su un raccordo di servizi inseriti nei cosiddetti percorsi diagnostico-terapeutici (mammella, colon, etc.). Un’organizzazione che ha semplificato la vita a molti pazienti, facendo risparmiare tempo all’utenza e riducendo il numero degli spostamenti. Abbiamo cercato di massimizzare, per quanto è possibile, l’attività istituzionale». Un assetto organizzativo che ha condizionato anche le scelte del personale iscritto negli elenchi dell’alp, che in diversi casi ha visto calare gli incassi conseguiti al di fuori dell’orario istituzionale.

Il segno meno compare su diverse voci: la degenza ospedaliera in alp scende da 458.964 euro previsti per il 2017 ai 266.394 euro del consuntivo (non decollano le stanze a pagamento, resta di oltre 100mila euro sotto l’obiettivo l’alp d’equipe, cioè la chirurgia in alp), flette di 400mila euro la specialistica ambulatoriale. L’azienda sanitaria ha ribadito la volontà di stabilizzare la riduzione di ricoveri in case di cura da pronto soccorso. (gi.ca.)

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