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Il professor Zamboni: «Su Alzheimer spiragli per diagnosi precoce»

Lo sviluppo di terapie che possano contrastare la degenerazione neurologica provocata dal morbo di Alzheimer rappresenta una sfida per la ricerca medica e farmacologica che non è stata ancora...

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Lo sviluppo di terapie che possano contrastare la degenerazione neurologica provocata dal morbo di Alzheimer rappresenta una sfida per la ricerca medica e farmacologica che non è stata ancora premiata dal successo. Uno dei filoni di ricerca si è quindi concentrato sulla diagnosi precoce, cioè la possibilità di intercettare i segnali premonitori della malattia per cercare soluzioni che possano bloccarla o rallentarla quando non ha ancora prodotto i danni più gravi.

Proprio su questo obiettivo si è messo al lavoro il gruppo di ricerca diretto dal professor Paolo Zamboni, direttore del Centro di chirurgia vascolare di Unife e dell’Unità operativa di Chirurgia Traslazionale, recentemente riconosciuta dalla Regione come centro di riferimento per l’innovazione nel trattamento delle patologie severe del sistema venoso. Grazie a una borsa di studio di 30mila euro offerta dal Rotary, ad un progetto sostenuto dal ministero della Salute e ai risultati dei primi studi finanziati dalla Missione spaziale Futura per la misurazione non invasiva con ultrasuoni del polso venoso giugulare, Zamboni ha ricavato dati interessanti che ha presentato assieme a una ricercatrice, Erica Menegatti, pochi giorni fa in Cina, ha dichiarato ieri il ricercatore durante i lavori del V Congresso Distrettuale Rotary, in corso a Ferrara. Nell’ambito dei lavori dell’assise a lui è stato assegnato lo spazio dedicato ai progetti finanziati sul fronte della ricerca medica e della salute.

L’idea di Zamboni e dei suoi collaboratori (oltre alla Menegatti, Valentina Tavoni, della Sezione di Fisica medica di Unife) è che il polso venoso giugulare (le pulsazioni rilevabili sul collo) possa essere utilizzato per acquisire grandi quantità di dati sullo stato di salute sull’asse cuore-cervello, che resta un rapporto centrale nelle ricerche del professore ferrarese. Con la tecnologia messa a punto dal team ferrarese e con il know how acquisito sul campo «oggi è possibile misurare 60-70 parametri sul funzionamento del sistema cardiovascolare che con l’esame tradizionale del battito cardiaco restavano “oscuri” - ha annunciato Zamboni - dati che oggi acquisiamo senza l’uso di catetere, cioè di uno strumento invasivo».

Col ministero della Salute è stata poi approfondita la possibilità di impiegare la tecnica per la misurazione di massa, cioè per eseguire “screening”. La ricerca («che va arricchita con l’apporto di dati di altri studi e richiede ulteriori approfondimenti», ha precisato Zamboni) ha estratto informazioni da alcune decine di controlli eseguiti su due gruppi di persone: sani tra 50-80 anni e pazienti con fase iniziale di Alzheimer. Sono stati individuati parametri (ad esempio la pressione sanguigna più alta in una direzione dell’asse cuore-cervello rispetto al senso contrario) che accomunano le persone ammalate. «Il test costa poco ed è semplice anche la formazione per l’uso in telemedicina», ha concluso Zamboni. (gi.ca.)

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