Nel caso Minguzzi anche una telefonata col nome sbagliato
CODIGORO. L’identica richiesta di denaro, 300 milioni, in un caso per rivedere vivo il figlio rapito nell’altro per evitare che potesse succedere qualcosa a qualche membro del nucleo familiare. Il...
CODIGORO. L’identica richiesta di denaro, 300 milioni, in un caso per rivedere vivo il figlio rapito nell’altro per evitare che potesse succedere qualcosa a qualche membro del nucleo familiare. Il settore delle vittime prese di mira, le famiglie Minguzzi e Contarini, alla guida di due società imprenditoriali operanti nel campo dell’ortofrutta. Lo stesso paese, Alfonsine. La voce del telefonista che chiese il riscatto dopo il sequestro, un uomo dall’inflessione marcatamente siciliana come uno degli odierni indagati, l’ex carabiniere Orazio Tasca, originario di Gela (Cl). Ma, soprattutto, un particolare che rivisto col senno di poi sembra al tempo stesso un tentativo maldestro di un ladro di polli e un fosco presagio: “Pronto Contarino?” fu l’incipit di una delle chiamate ai parenti del 20enne Pier Paolo Minguzzi dopo il sequestro nell’aprile 1987. Chi rispose si stupì, “Contarini? No Minguzzi” e l’interlocutore cercò in qualche modo di glissare “ah sì Minguzzi, Minguzzi”.
È anche su questo dettaglio che la Procura di Ravenna, che ha riaperto dopo 31 anni il fascicolo sulla morte dello studente di agraria che stava svolgendo il servizio di leva nell’Arma a Mesola, ritiene sussistano elementi di collegamento tra quel delitto e il tentativo di estorsione che tre mesi dopo vedrà finire nel mirino proprio i Contarini. Un'incredibile coincidenza che si somma ad altre prese in considerazione anche all'epoca dei fatti. Ma allora, le indagini non consentirono di mettere in relazione i due episodi. Oggi invece è quello che mira a provare l’inchiesta affidata alla Polizia avviata dal procuratore capo Alessandro Mancini e dal sostituto procuratore Marilù Gattelli, che hanno rispolverato il faldone archiviato nel 1996 indagando oltre a Tasca, oggi 54enne e residente a Pavia, anche l’ex collega Angelo Del Dotto, 55enne di Ascoli Piceno e il 62enne di Alfonsine, Alfredo Tarroni, a cui vengono contestati sequestro di persona, omicidio e occultamento di cadavere. Quello appunto di Minguzzi, sparito nel nulla il giorno di Pasquetta 1987 e trovato senza vita nel Po di Volano da un canoista l’1 maggio.
Anche in seguito all’appello lanciato nel 2016 dalla sorella Anna Maria, l’inchiesta è ripartita. Sono già state sentite diverse persone, altre verranno sentite nei prossimi mesi. E quasi certamente verrà riesumata la salma di Minguzzi. L’obiettivo è quello di rianalizzare il materiale raccolto all’epoca alla luce degli sviluppi scientifici che in tre decenni sono stati fatti in ambito investigativo. I progressi fatti nel campo della genetica forense e dell’analisi del Dna potrebbero fare luce su un mistero rimasto tale per tutto questo tempo.
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