All’infermiera reintegrata un assegno di 42mila euro
Era stata riammessa in servizio dal giudice. Il Sant' Anna ha impugnato la sentenza, ma ha versato alla dipendente il corrispettivo per assenza forzata e spese legali
FERRARA. È costato oltre 40mila euro all’azienda ospedaliera il reintegro della dipendente del pronto soccorso che era stata licenziata per aver svolto servizi di volontariato in ambulanza per conto di un’associazione della provincia mentre era in malattia e per aver esercitato l’attività di volontariato senza autorizzazione da parte del datore di lavoro (questi i motivi addotti dall’ospedale).
Ma contro quel provvedimento la dipendente, Angela Cavazza, aveva presentato ricorso ottenendo dal giudice il provvedimento di reintegro. L’infermiera è rientrata in servizio il mese scorso, ma il procedimento non si è concluso.
L’azienda ospedaliera ha infatti deciso di rivolgersi nuovamente al tribunale per chiedere una sentenza di appello. In ottemperanza a quanto deciso dal giudice in primo grado ha però riconosciuto all’infermiera le spettanze per il periodo di assenza forzata dal lavoro: circa 42mila euro, di cui 34mila per indennità risarcitorie e contributi previdenziali, il resto per le spese legali (con la possibilità di rivalersi in base all’esito della causa).
Il licenziamento era stato disposto dall’ospedale nei primi mesi del 2017, senza preavviso. La contesa scaturita era stata trattata pochi mesi fa dal giudice del lavoro Monica Bighetti. Durante il procedimento era emerso che sul certificato di malattia era stata riportata dal medico di famiglia dell’infermiera una data sbagliata (poi corretta) e che la prestazione di volontariato era stata correttamente erogata nel giorno di riposo. Anche sulla questione dell’assenza di autorizzazione per l’attività di volontariato in ambulanza, da esercitarsi fuori dal turno di lavoro, il giudice aveva ritenuto di non poter accogliere la tesi dell’azienda ospedaliera: quella possibilità è infatti prevista in un’altra azienda sanitaria del territorio. Il giudice aveva ritenuto quindi legittimo il comportamento della dipendente del pronto soccorso.
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