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«Davide? Sino alla fine abbiamo sperato»

di Samuele Govoni
«Davide? Sino alla fine abbiamo sperato»

Cento in lutto per la morte dello studente scomparso a marzo a Lubiana Vicini chiusi nel dolore: accanto alla famiglia ma con riserbo e discrezione

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CENTO. La voglia di parlare non c’è, non c’è mai stata. A Penzale, zona di Cento in cui vive la famiglia di Davide Maran, si chiede solo silenzio. E rispetto. «Non abbiamo niente da dire, i genitori e le sorelle ci hanno chiesto di non rilasciare alcuna dichiarazione e vogliamo rispettare le loro volontà, è un momento delicato», dicono i vicini tirandosi dietro la porta di casa. Le notizie giunte da Lubiana sabato pomeriggio hanno confermato quanto si temeva da martedì: il corpo senza vita ritrovato nel fiume Ljubljanica in zona Vevče, nei pressi della città, era quello di Davide Maran. Lo studente centese di 26 anni era scomparso lo scorso 25 marzo nella capitale Slovenia. Di lui non si avevano più notizie e tracce da mesi ma, nel silenzio, le indagini sono sempre continuate.

«Fino alla fine abbiamo sperato che non fosse vero, che non fosse lui ma purtroppo i segnali andavano nella direzione che tutti conosciamo. Vedevo - dice una signora che abita nella via e che parlando trattiene a stento le lacrime - il padre sempre più rassegnato. Un dolore incredibile. L’ultima volta che ho visto Davide (Maran, ndr) è stato per le vacanze di Natale; era un ragazzo buono, legato ai genitori e alle sorelle. Poi stiamo parlando di un figlio, quello accaduto è un dramma, una tragedia». Un’altra donna, che vive a poche decine di metri da lì si limita a dire: «Dispiace a tutti qui nella zona. Anche chi non lo conosceva, o lo conosceva solo di vista, è rimasto toccato dalla vicenda. Io - sospira - ho perso mio figlio anni fa, so cosa vuol dire: è un dolore che non se ne va. Mai». Gli amici più stretti, i coetanei, quelli che subito dopo la scomparsa del giovane avevano stampato centinaia di volantini segnaletici e che li avevano portati in macchina a Lubiana per mostrare il volto di Davide Maran a tutti e aiutare così le ricerche in corso, sono irraggiungibili. Chiedono solo silenzio. Silenzio per l’amico che non c’è più.

«L’attesa è estenuante - aveva detto uno di loro martedì sera poco dopo la notizia del ritrovamento del corpo ancora senza nome -, come stare in un libo e la sofferenza aumenta. Speriamo che arrivino presto notizie». Purtroppo le notizie sono arrivate ma non erano quelle in cui tutti speravano. «Era passato già troppo tempo per essere ancora positivi. Come si dice, la speranza è l’ultima... però dopo tre mesi di silenzio era dura. Io - spiega un altro degli abitanti della via - conosco i suoi genitori da tanto. Frequentando tutti la parrocchia ci si conosce e so che stanno vivendo un momento molto particolare e difficile. Qui a Penzale c’è stata sempre molta discrezione, una tacita vicinanza alla famiglia. Niente clamori».

Il parroco di Penzale, don Remo, nelle ultime settimane non ha incontrato i genitori del giovane.

«Non ho voluto disturbare o essere invadente. Se il padre o la madre, che ormai conosco da tanti anni, vorranno incontrarmi io ci sarò. Se vorranno avere un momento di incontro e preghiera particolare dedicato al figlio, io e la comunità ci saremo. È - spiega il prete - un fatto molto triste. Difficile pensare che tutto questo sia vero. Ho visto il padre di sfuggita qualche sera fa, la settimana scorsa, prima del ritrovamento del corpo. Ci siamo salutati a distanza, se cercheranno conforto io ci sarò».

Il barista del chiosco che si trova all’esterno del PalaAhrcos, conosceva il 26enne, avevano giocato a basket insieme da ragazzini. «Fino ai 13 o 14 anni eravamo nella stessa squadra poi ci siamo persi di vista. Compagnie e vite diverse, i giri sono cambiati e non ci vedevamo più. Certo - afferma - quando ho saputo della sua scomparsa ci sono rimasto male e anche sabato, quando è arrivata la conferma che il corpo ritrovato lungo il fiume era proprio il suo. C’eravamo persi è vero ma, era comunque un ragazzo come noi. È un fatto davvero tragico».

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