La Nuova Ferrara

Ferrara

Gonfalone da reduci, recita di Aristotele e marcette circensi Oggi gli ex studenti si ritrovano: un protesta in forma di goliardata 

Maturi da quarant’anni I settantottini rivendicano il liceo classico tradito

DIEGO MARANI
Maturi da quarant’anni I settantottini rivendicano il liceo classico tradito

IL DIBATTITODIEGO MARANIChi si avventurasse questa mattina allo scoccare del mezzogiorno davanti al Liceo Ariosto, ci troverà una strana combriccola di vecchi liceali che celebrano con una...

3 MINUTI DI LETTURA





IL DIBATTITO

DIEGO MARANI

Chi si avventurasse questa mattina allo scoccare del mezzogiorno davanti al Liceo Ariosto, ci troverà una strana combriccola di vecchi liceali che celebrano con una performance degna degli anni Settanta il 40° anniversario del loro esame di maturità. A molti potrà sembrare una goliardata recitare ad alta voce L’uomo è un animale sociale di Aristotele davanti a un gonfalone da reduci recante la scritta Pantodapoi Karpoi in un sottofondo di marcette circensi. Per noi invece questa è una cosa seria, più che una festa una protesta, in memoria di una generazione dimenticata dalla storia.



Noi siamo quelli del ‘78, i fratelli più piccoli e più sfortunati dei gloriosi Sessantottini che ancora oggi imperversano rivendicando la rivoluzione che ci scaraventò in questa modernità senza titolo. Noi fummo quelli che crescemmo sulle macerie di quel che il ‘68 aveva distrutto, che studiammo in un liceo classico denigrato e svilito, in una società che abbatteva una tradizione ma era incapace di darsene un’altra, lasciandoci disorientati, senza un modello da seguire, in un paese al macero che di lì a poco sarebbe precipitato negli anni di piombo. Noi siamo quelli che quando infine avemmo l’età per il motorino arrivò l’Austerity e quando avemmo l’età per la patente, arrivò la seconda crisi petrolifera e quando avemmo l’età per l’amore libero arrivò l’AIDS. Noi siamo quelli del ‘78, l’anno dell’assassinio di Moro, l’anno in cui quel che succede ogni morte di Papa accadde due volte, noi siamo gli indiani metropolitani, quelli che indicavano la luna col dito e si riappropriavano degli spazi, quelli dell’agibilità politica e dei tanti altri slogan vuoti di un’epoca che annunciava il Riflusso.

Noi eravamo i compagni di scuola dei compagni che sbagliano ma già fatti troppo cinici dal menefreghismo dilagante per credere nelle loro chimere. Amaro dire che fu questo a proteggerci.

Noi abbiamo fatto il Liceo Classico ma il greco e il latino non l’abbiamo imparato, perché il mondo attorno a noi ci diceva che studiare quella roba era sbagliato, che la nostra era una scuola vecchia, reazionaria, codina. Oggi il Liceo Classico che conoscemmo noi non esiste più ma viene da chiedersi se una nuova scuola ne abbia mai preso il posto. Davanti alle aberrazioni dei “licei classici ad indirizzo scientifico” viene da pensare di no.



Nel suo illuminante saggio “Il Liceo Classico”, lo studioso Adolfo Scotto di Luzio racconta la storia di un’istituzione che era stata pensata come scuola per la classe dirigente della nuova Italia riunificata. Il suo curriculum doveva trasmettere un sapere che era in fondo un canone identitario universale, non utilitaristico ma di cultura, non mirato all’apprendimento di un mestiere ma al sapere come fondamento di una civiltà, la nostra, quella europea. L’autore racconta anche come tutto questo disegno educativo fallì quasi subito, naufragando prima nel fascismo, mai recuperando nel Dopoguerra lo spirito liberale in cui era stato pensato e diventando infine inadatto alla modernità.

Questo vogliamo ricordare noi oggi con la nostra piccola parata dissacrante: la scomparsa di una scuola e di una tradizione che non è stata sostituita da nulla e di cui più che mai oggi si sente la mancanza.

Non è questo un rigurgito di conservatorismo, non inneggiamo alla Restaurazione. Il canone classico non ha colore politico, è universale e resta ancora oggi l’unica cultura che tutta l’Europa, seppur flebilmente, ancora condivide. Ravvivarla riadattandola al nostro tempo sarebbe un modo per ritrovare il filo perduto dell’identità europea, di riferimenti culturali che tutti i paesi europei hanno a lungo condiviso e che per la loro antichità non hanno connotazioni nazionali ma appartengono all’intero mondo occidentale.

Noi del ‘78 siamo stati i primi a essere mutilati della cultura che ci spettava. Oggi davanti al Liceo Classico la rivendichiamo. Quarant’anni dopo, senza mai averla studiata, la rivogliamo indietro. –



Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google