«Droga e violenza ad ogni angolo» L’ira dei residenti non ha più argini
le reazioni La signora, accaldata e coi capelli raccolti, porta a spasso i suoi due cani. Lo fa per difendersi? «Bastassero i cani saremmo a posto - risponde la donna, che risiede proprio in via...
le reazioni
La signora, accaldata e coi capelli raccolti, porta a spasso i suoi due cani. Lo fa per difendersi? «Bastassero i cani saremmo a posto - risponde la donna, che risiede proprio in via Oroboni, l’asse maledetto della criminalità - , doveva vedere l’altra sera (lunedì per chi legge, ndr), sembrava di essere in quei film in cui bande si combattono senza esclusione di colpi». Il primo impatto nella nostra incursione in questo tormentato quartiere non ha bisogno di tante spiegazioni.
Qui il punto d’incontro è un bar, come quasi sempre avviene. È il bar Elena, ex “Timbo Tambo”, oggi gestito da una tranquilla famiglia cinese. Lo spunto, inevitabile, per iniziare il dialogo è l’aggressione di lunedì. Sempre quella. In pieno giorno, quindi ancora più preoccupante. «Oramai è tardi - dichiara sconsolato un residente concentrato in una partita a carte - , quello che questo Governo sta facendo doveva essere fatto molto tempo prima».
Colpa anche, dice a chiare lettere qualcuno, di «culture diverse. Qui nessuno è razzista ma basta guardarsi attorno - afferma un altro giocatore di carte, allo stesso tavolo - per capire che si tratta di una guerra tra bande. Per la droga, per la prostituzione, per traffici illeciti che noi nemmeno immaginiamo». Sta di fatto che il solco della integrazione sociale si allarga sempre di più. L’Esercito. Utile, utilissimo. Ma per qualche residente tra via Oroboni e via Olimpia Morata non basta: «Certo - sobbalza un uomo sulla sessantina che, invece, assiste alla partita di carte -, è chiaro che sono soldati con due jeep, non possono essere dappertutto. Credo anch’io che, qui, oramai, si possa soltanto peggiorare. Purtroppo è così».
Ma ci sono soluzioni, rimedi? O tutto è perduto? «Ci vuole il pugno di ferro e quello che, con la chiusura dei porti per alcune navi, si sta facendo adesso, occorreva farlo prima». Sono le 16,45, più o meno l’ora in cui lunedì scorso è avvenuta l’aggressione al ragazzo nigeriano di 26 anni che è in Rianimazione. Il sole scalda l’asfalto, il termometro di un taxi segna 38 gradi. Da squagliarsi.
Forse anche per questo in giro ci sono pochissime persone. Ma l’aria che si respira sa di presagio: uno straniero all’angolo pare controllare chi passa e, intanto, parla al telefono. La nostra presenza forse lo infastidisce, così se ne va, probabilmente cambiando zona. —
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