La Nuova Ferrara

Ferrara

emergenza sanitaria 

West Nile, speranze dagli immunizzati: «Possono aiutarci contro la malattia»

S.C.
West Nile, speranze dagli immunizzati: «Possono aiutarci contro la malattia»

L’infettivologo Ghinelli: immunoglobuline “promettenti”. «Bisogna coinvolgere l’Istituto superiore di sanità» 

2 MINUTI DI LETTURA





[[atex:gelocal:la-nuova-ferrara:ferrara:cronaca:1.17182117:Video:https://video.gelocal.it/lanuovaferrara/cronaca/west-nile-virus-9-cose-da-sapere/98416/98900]]

FERRARA. La Febbre West Nile non ha vaccini né cure, probabilmente l’ancor basso numero di casi nei paesi occidentali ha scoraggiato costose ricerche farmacologiche. L’emergenza di quest’estate, però, potrebbe indurre almeno i vertici della sanità pubblica italiana a prendere in considerazione un impegno massiccio in questa direzione: è quello che si augura Florio Ghinelli, infettivologo e direttore sanitario dell’Avis provinciale, poiché in questo caso una strada da percorrere ci sarebbe già, ed è stata aperta proprio a Ferrara qualche anno fa.

«In Israele da tempo utilizzano contro la West Nile delle immunoglobuline ricavate da persone che sono state contagiate ma che non hanno sviluppato la malattia - è la premessa di Ghinelli - Abbiamo cercato di seguire questo esempio a livello provinciale, partendo dai donatori Avis con il plasma ricco di immunoglobuline specifiche, circa l’1% del totale. Può essere un modo per contrastare il proliferare del virus nell’organismo dei pazienti, quanto di più vicino c’è ad una cura vera e propria, insomma. Per svilupparla servono però disponibilità di mezzi e donatori».

[[atex:gelocal:la-nuova-ferrara:site:1.17181532:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.lanuovaferrara.it/image/contentid/policy:1.17181532:1650630130/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]

Lo spinta arrivò qualche anno fa dalla vicenda di una paziente trapiantata al fegato, a Bologna e quindi trasfusa, che si ritrovò affetta a West Nile. Ghinelli e gli avisini cominciarono quindi a raccogliere il plasma ricco di immunoglobuline IgB specifiche per il West Nile, in grado di contrastare in particolare l’infiammazione all’encefalo che porta ai danni maggiori, e questo plasma venne utilizzato nella cura della trapiantata. «Dopo cinque giorni la donna non risultava più positiva, un risultato sicuramente incoraggiante» ricorda Ghinelli.

[[atex:gelocal:la-nuova-ferrara:ferrara:cronaca:1.17178483:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.lanuovaferrara.it/ferrara/cronaca/2018/08/23/news/la-west-nile-fa-un-altra-vittima-donna-muore-dopo-tre-settimane-1.17178483]]

A questo punto gli avisini ferraresi chiesero ad un’azienda privata di avviare una produzione su larga scala di questo tipo di immunoglobuline. «Ci dissero che avevano bisogno di 5mila litri di sangue di questo tipo per lavorarci su», prosegue il racconto dell’immunologo. Considerato che a livello provinciale vennero individuati non più di sessanta donatori con queste caratteristiche, e la scala minima è di mille persone, si cercò aiuto dalle altre sezioni Avis emiliane. «Non abbiamo ottenuto grande collaborazione, anche perché trasfusionisti di altre province si sono dimostrati poco convinti e preferirono attendere l’esito di ricerche Usa. Così abbiamo dovuto sospendere tutto» conclude Ghinelli.

Ora però l’immunologo vuole riprendere il filo interrotto anni fa. Il prossimo ottobre, tra l’altro, al Sant’Anna è atteso Giovanni Rezza, direttore di Malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità. «Al convegno si parlerà anche di West Nile, sarò l’occasione per rilanciare l’idea di una ricerca su larga scala, e con l’appoggio dell’Iss, sulla “cura” da immunoglubiline» è l’intento di Ghinelli. —

S.C.

BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI
 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google