L’accusa su Carife «Milioni di prestiti che non dovevano essere concessi»
Antonio Blandini, ex commissario, rifece i conti alla banca «A settembre 2015 patrimonio sotto zero per 24 milioni»
Cominciò tutto con una lettera anonima, una prima indagine nel 2013, sui prestiti concessi a Deiulemar, società di navigazione poi finita in crac, inghiottendo tutti i crediti che Carife vantava per 56 milioni di euro. «Questo e tanti altri erano affidamenti che non dovevano essere concessi», sibila in aula Antonio Blandini, spiegando perchè Carife ha fatto crac, poi nel 2015. Fu lui, prima commissario per Bankitalia di Carife e poi commissario liquidatore di Vecchia Carife, dopo la risoluzione del decreto Salvabanche, a chiedere e ottenere lo stato d’insolenza della banca, che portò al fallimento.
Conosce dunque fatti e numeri, li snocciola davanti ai giudici al processo per il crac legato all’aumento di capitale del 2011, per 150 milioni di euro. Un aumento di capitale, che non servì praticamente a nulla, aveva spiegato poco prima in aula il colonnello Sergio Lancerin, ex comandante Guardia di finanza Ferrara, che coordinò l’inchiesta fin dalle prime ore: «Nel 2012 - sottolineava - il patrimonio Carife si era assottigliato a 60 milioni di euro, già un anno dopo l’aumento di capitale». Come dire, non servì a nulla, perchè Carife era sul baratro. « Al bilancio del 31 dicembre 2012, - sottolinea Blandini - i crediti in sofferenza erano pari a 1 miliardo e 300 milioni che noi riclassificammo in 2 miliardi 199 milioni»: una perdita maggiore per 899 milioni (la maggior svalutazione) per arrivare poi a rettificare le perdite per 357 milioni di euro. Nuovi numeri perchè chiunque li avesse valutati prima (i crediti deteriorati, i prestiti da non concedere) «aveva dato una quantificazione non adeguata». Anzi «ottimistica», commenta la pm Barbara Cavallo. Carife era in difficoltà, dunque. Già dal 2009, e per questo Banca Italia impose l’aumento di capitale: diventato un processo con 12 imputati, 73 avvocati di parte civile per 2500 azzerati. L’inizio della fine, sia Blandini che Lancerin lo collocano al 2009, prima ispezione Banca Italia.
Quando si accende la spia. Sono i tempi di Gennaro Murolo, ex direttore generale, ricordato da Blandini perchè nella sua gestione si creò il buco Vegagest, poi diventato di 170 milioni di euro. Che assieme a Commercio e Finanza (altri 915 milioni di buco, prestati e mai rientrati) erano prestiti che «non dovevano essere concessi». E’ l’accusa di Blandini a chi ha gestito la banca (anche se oggetto dell’inchiesta Carife bis, in corso). Mentre sull’aumento di capitale, Blandini accusa la dirigenza di averlo portato avanti senza rispettare le condizioni di Banca Italia, che sollecitò Carife: «I sottoscrittori delle azioni avrebbero dovuto essere comprendere il rischio dell’acquisto, dovevano essere soggetti in grado di far fronte a perdite prospettiche con capacità patrimoniali», dunque altre banche. E non solo risparmiatori ferraresi, «i clienti retail», spremuti, che comprarono e oggi sono azzerati. Grazie al Salvabanche del novembre 2015. Che, però, fu davvero la salvezza di Carife. «A settembre 2015, il patrimonio netto era sotto zero, meno 24 milioni - ricorda e chiude Blandini - Non c’era liquidità in Carife, tanto che il 18 novembre c’erano solo 36 milioni (cash, ndr). Senza risoluzione (il Salvabanche, ndr) si sarebbe arrivati alla sospensione dei pagamenti, al blocco per tutti i clienti (anche i bancomat, ndr) : un effetto terribile devastante, che rientrava nell’ inipotizzabile». —
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