«Non trovo personale» Laboratori in difficoltà
L’appello della Erian di Scortichino per otto addetti alla macchina da cucire Problemi diffusi in un settore decimato da chiusure e pressato dai cinesi “locali”
«Cerco con urgenza almeno otto addetti in grado di utilizzare la macchina da cucire sui capi spalla». L’avviso, quasi un appello, arriva da Andrea Previati, amministratore di Confezioni Erian, un’azienda artigianale di Scortichino che lavora per griffe internazionali e deve affrontare un aumento di commesse in grado di far lievitare l’organico dagli attuali 22 ad una trentina di addetti. «Il problema è che non si trovano figure professionali in grado di soddisfare le nostre esigenze - spiega Previati, che rappresenta la seconda generazione al timone di un’azienda fondata nel 1983 dai genitori - E bisogna sottolineare che non cerchiamo esclusivamente persone con esperienza, ma anche giovani da formare sul lungo periodo. Nel nostro lavoro servono sei mesi per cominciare a dare un contributo, un anno per essere messo in produzione attiva e almeno quattro per essere al top».
problema diffuso
I problemi di ricerca del personale non sono un’esclusiva di Erian, né un fatto inedito. «In effetti le esigenze dell’azienda di Scortichino sono note da tempo - spiega Marco Corazzari, che segue il settore tessile per la Cgil - e qualche contributo anche da parte nostra è arrivato. E vi sono altre aziende del territorio, soprattutto laboratori medio-piccoli che lavorano conto terzi, in difficoltà nel reperimento del personale. Può sembrare un paradosso in un settore che ormai da molti anni vede la chiusura di realtà produttive e quindi la perdita di occupazione. La verità, però, è che le condizioni di lavoro nei laboratori sono profondamente mutate in questo lasso di tempo, anche a causa della concorrenza di azienda che lavorano al limite o in maniera irregolare».
Il dito viene puntato sui laboratori gestiti da cinesi, che secondo un censimento di un paio di anni fa erano almeno un’ottantina in provincia.
concorrenza sleale
«In realtà - è sempre Corazzari a parlare - il fenomeno è sottostimato perché in diversi casi gli imprenditori cinesi acquistano partecipazioni importanti in società italiane, senza comparire ma di fatto assumendone il controllo. La flessibilità spinta e le condizioni di lavoro in queste aziende influenzano il mercato. È anche questo il motivo delle preferenze di molte giovani, magari, per un lavoro da cameriera piuttosto che in laboratorio tessile. Anche le 45-50enni che hanno perso il posto anni fa faticano a rientrare con ritmi e orari così modificati. E le agenzie interinali non sono sufficienti».
Formazione a misura
Resta il problema di come soddisfare il nuovo bisogno di manodopera. «Le grandi aziende, come Berluti, possono fare programmi ad hoc di formazione, ma i piccoli laboratori si trovano in difficoltà. La proposta - conclude Corazzari - è di attivare percorsi di formazione non aziendali ma di rete. Mettendosi assieme, con il contributo di organizzazioni specializzate già presenti sul territorio, è possibile attivare dei percorsi che vadano incontro anche alle esigenze di chi si vuole avvicinare a questo settore, fornendo garanzie nel contempo a loro e alle aziende». Un percorso tutto da studiare. —
Stefano Ciervo
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