La rabbia dei lavoratori scaricati «Clara non ci ha dato spiegazioni»
Ieri mattina il presidio di protesta per contestare il licenziamento di cento dipendenti dell’azienda
Erano tanti, più di cento, a Copparo, vicini a quella che dovrebbe diventare la nuova sede di Clara. Molte bandiere e qualche fischietto. Una manifestazione tranquilla, nei modi e nei toni, dei dipendenti in un giorno di sciopero. Amarezza, rabbia educata, anche delusione. E tanta voglia di risposte. Non va giù la decisione dell’azienda di mandare a casa cento dipendenti a contratto a tempo.
Le reazioni
Luca Greco, di Cgil: «Lo sciopero nel primo turno è andato bene. Sono usciti solo i lavoratori precettati per il servizio pubblico. L’adesione è stata buona, specie nei 100 addetti temporanei. Dall’azienda non abbiamo ricevuto segnali. Ma noi continueremo a chiedere interventi ufficiali».
Eugenio Benini, di Uil Trasporti: «Non si riesce ad avere risposte, non si salvaguardano i livelli occupazionali e non ci sono progetti industriali chiari».
Massimiliano Vicentini della Cisl Fit e Lorenzo Soffritti, della Rsu Cisl di Clara aggiungono: «C’erano dei percorsi per gli addetti a tempo determinato che andavano ed erano stati seguiti, poi le cose sono cambiate, con chiusura totale. E si parla di concorsi e assunzioni, ma anche se andremo a inizio del nuovo anno, poi ci saranno comunque problemi per alcuni mesi e difficoltà. Nel complesso, siamo arrabbiati. Molto».
Sebastiano Correggioli, della Rsu, prende il megafono e legge un documento. Breve, incisivo. L’azienda è accusata di avere troppi crediti inesigibili, troppi debiti e di ricorrere con troppa frequenza alle anticipazioni di cassa: «Clara è i suoi lavoratori. Non si può scegliere una linea di sviluppo partendo da una ristrutturazione pesante del loro numero. Farlo sarebbe la morte per un’azienda di questo tipo». Kristian Vivarelli è amaro: «Sono a Cento. A fine anno sono al termine dei tre anni di contratto. Cosa dire? Dico che sono arrabbiato. E sconfortato. Ho due figli, sono un padre single, e ho un mutuo da pagare. Se a fine anno fossi a casa, sarebbe un bel problema. Dopo tre anni in cui mi sono alzato tutti i giorni per andare a lavorare, ed il mio lavoro è raccogliere i rifiuti. Come i miei colleghi. E alla fine sembra che il problema siamo noi. Bisogna che le cose cambino».
Enrico Zanellato è amareggiato: «Alla fine, c’è poco da dire: bisogna trovare, e in fretta, una soluzione equa per tutti: per noi, per l’azienda. Equa».
Attilio Bagni si affida alla protesta creativa: un cartello al collo con la scritta “sono invalido,
Clara non mi vuole più: «Ho 60 anni. A fine settimana sarò a casa. Cosa farò adesso? ».
Alessio Meneghini: «Tanta, tanta, delusione. Ci aspettavamo problemi, ma così». Vicino a lui, Emanuele Schiavi concorda in tutto e per tutto. —
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