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Banca Italia contro la Carife «Un aumento annacquato»

Daniele Predieri
Banca Italia contro la Carife «Un aumento annacquato»

La Cassa raggiunse i 150 milioni grazie al «mutuo soccorso» di altre banche E i manager interni nascosero alla vigilanza lo scambio incrociato delle azioni

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Lo scambio reciproco di azioni tra le banche? «Un mutuo soccorso e la reciprocità di questo scambio portò ad annacquare l’aumento di capitale, di per sè». Ma i dirigenti Carife dissero che tipo di intervento era in atto con questi scambi di azioni tra Carife e altre banche, ne erano a conoscenza in Banca Italia: «Assolutamente no». Da 5 ore, Carlo Di Salvo, funzionario di Banca Italia che seguì l’aumento di capitale Carife, siede nell’aula del processo per il crac. Risponde all’ultima domanda, dei giudici che gli chiedono di ciò che poi gli ispettori di Banca Italia, per primi, fecero emergere nel 2012, con l’ispezione che seguì un anno dopo l’aumento di capitale da 150 milioni.



Cioè che quel tetto venne raggiunto grazie allo scambio di azioni, comprate da altre banche e poi restituite da Carife. Un aumento fittizio. «Un vero mutuo soccorso», ribadisce Di Salvo ai giudici sottolineandone «l’annacquamento». Ma se l’ufficio di vigilanza avesse saputo, cosa sarebbe successo?: «La sottoscrizione reciproca non piace a noi della Vigilanza. Occorreva capire se erano interventi di banche con valenza temporanea o per il futuro, il domani». Il domani non arrivò mai per Carife: di fatto, l’aumento di capitale del 2011 risultò già azzerato un anno dopo la approvazione di di Banca Italia (atto firmato dall’ex dg, ex ministro, Fabrizio Saccomani, anche lui ieri testimone): «Nel 2012, con l’ispezione in Carife - ricorda Di Salvo - arrivammo a rettificare perdite per oltre 200 milioni, per l’80% di queste Carife era d’accordo». Ricalcolare le perdite. Che l’aumento di capitale doveva attenuare, imposto a Carife per i “buchi” dei crediti della precedente gestione, pre 2009, Murolo-Santini, per le operazioni Siano, Acqua Marcia, Deiulemar e Gruppo Mascellani, centinaia di milioni di buco. Ma il vero problema, in realtà era l’assoluta mancanza di liquidità. Per Carife, valeva il principio che se «di credito una banca muore lentamente - fotografa Di Salvo ai giudici-; di liquidità, invece, muore immediatamente». Accadeva dal 2009 in poi. L’aumento di capitale «doveva rafforzare il patrimonio Carife e ristrutturare la banca». Queste le premesse. Imposte poi con raccomandazioni, che Carife non rispetterà: un tetto superiore dei 150 milioni, quell’8% di code di garanzia, la vendita di azioni non a risparmiatori ma investitori . «Chiedemmo il ricambio del management (via Murolo e Santini, ndr) e la richiesta fu esaudita» ricorda Di Salvo.



Sul resto no: «Chiedemmo di alzare l’asticella dei 150 milioni, per dare continuità all’8% nel tempo: impiegammo un anno (i contatti stretti tra 2010/2101,ndr)- questa l’accusa più dura, ndr - per l’operazione con Carife: fu un anno perso e perdere tempo, allora, significava perdere capitale»: era il 2010/2011, la crisi scoppiava, lo spread schizzava a 500. E ancora, Di Salvo rispondendo ai difensori dei 12 imputati: «Abbiamo impiegato 3 anni con continue richieste, chiedendo la pulizia dei crediti avviata nel 2019. Nel 2012 dopo l’ispezione a Carife, demmo un punteggio di 6 su 6, il peggio giudizio si possa dare». Nella precedente ispezione del 2009, quel voto fu di 4 su 6. In mezzo l’aumento di capitale. «Questi i fatti - chiude Di Salvo - lascio a vo il giudizio». —





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