Abbazia presa d’assalto I visitatori crescono e i chioschi non aprono
I proprietari hanno deciso di non alzare più le saracinesche Il sindaco: a breve una riunione, così non può andare
POMPOSA
L’Abbazia di Pomposa da qualche tempo sta tornando a vivere. Il numero di visitatori cresce in maniera esponenziale ed in effetti il complesso, meraviglioso e perfettamente curato, merita attenzione. Ma c’è un ma. I chioschi che si trovano all’ingresso, accanto al parcheggio e quindi primo punto di accoglienza per i turisti, versano in un profondo stato di degrado ormai da troppo tempo.
«Purtroppo il Comune non può fare niente anche se la rabbia in questo senso è tanta – dice il sindaco Alice Zanardi – I chioschi in questione sono stati venduti a privati, l’amministrazione pubblica non ha dunque alcun potere in merito. Sono loro che dovrebbero rendersi conto del patrimonio che hanno in mano, abbiamo sollecitato più volte interventi di ogni tipo».
In effetti a parte due realtà che continuano ad aprire, a lavorare e a mantenere il posto dignitoso, gli altri nove sono praticamente abbandonati. Tre distrutti dall’esplosione del giugno 2014 e mai recuperati, altri scoperchiati dal temporale ed anche in questi casi mai rimessi a posto. Insomma, l’impatto è decisamente brutto e il tenere chiuso non dà inoltre l’eventuale possibilità ad altri di investire sul territorio.
«Ma le cose devono cambiare – sottolinea il sindaco – tanto che stiamo mettendo in piedi un progetto importante. Abbiamo già fissato un incontro con i rappresentanti delle associazioni di categoria per capire come procedere e che tipo id percorso intraprendere insieme. Una strada va comunque trovata anche perché in questo modo si rischia di frenare lo sviluppo di un sito che invece sta facendo dei numeri sorprendenti».
A questo punto però la domanda sorge spontanea: perché se la zona è così appetibile, i chioschi hanno chiuso e continuano a restare con le saracinesche abbassate? Perché i proprietari, che pur hanno investito, preferiscono non riaprire? «Questo è quello che vogliamo capire – va avanti la Zanardi – e diverse sono le domande che ci siamo posti». —
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