Il machete dell’agguato nella lavatrice Svolta dell’inchiesta sul tentato omicidio
Altri due ragazzi nigeriani arrestati: erano le “sentinelle” della banda. La Polizia ricerca ancora cinque persone della gang
Li hanno arrestati nei giardini del Grattacielo, alle 9 di mattina, ad inizio turno del loro “lavoro” di spacciatori: pusher di piazza conosciuti a polizia e carabinieri e a tanti clienti. Stavolta sono finiti in carcere, però, non per questioni di droga, bensì per essere i complici dell’agguato di via Morata: «concorso in tentato omicidio con l’aggravante della premeditazione», l’accusa per Glory Egbogun, 25 anni e Junior Musa, 28 anni, nigeriani, entrambi, richiedenti asilo per motivi umanitari, e per questo regolari. Quel giorno del 30 luglio scorso facevano parte del gruppo di almeno una decina che aggredì con machete, coltelli, catene con botte calci e pugni un ragazzo nigeriano, spaccandogli la testa con quella micidiale arma.
Ma secondo i riscontri, loro due (in carcere sono già altri tre, mentre altri 5 almeno sono nel mirino della Polizia) non hanno partecipato materialmente all’aggressione, ma svolgevano il ruolo di sentinelle: diedero indicazioni agli altre tre (la telefonata di allerta) che poi ridussero in fin di vita il ragazzo nigeriano, colpendolo con un machete e una catena. Machete, ed è questo il colpo di scena delle indagini della squadra mobile e degli ispettori della Antidroga e Anticrimine, ritrovato dentro l’oblò di una lavatrice nello scantinato di una casa in zona via Arianuova- Belvedere: per aver nascosto l’arma del delitto, un altro nigeriano ora è stato denunciato per favoreggiamento. E anche questo elemento indica la copertura che possono avere i criminali nigeriani in città (ricordiamo ad esempio che altri due sono ricercati, sono stati fatti fuggire in Francia). Nella casa del machete nella lavatrice, gli inquirenti sono arrivati grazie ad intercettazioni: una di queste del 12 settembre scorso, un mese e mezzo dopo, diceva: «Per fortuna, Musa ha nascosto il machete a casa di...».
Riscontri e ancora riscontri quelli trovati dalla Polizia: soprattutto le verifiche sui cellulari e sulle celle telefoniche attivate il giorno dell’agguato, inchiodano i due al tentato omicidio. Tutti elementi che hanno permesso al pm Isabella Cavallari di chiedere e ottenere dal gip Silvia Marini questi altri due ordini di carcerazione. E dire che i due erano già finiti nel mirino della Polizia, innescando anche un equivoco.
Egbogun era stato rilasciato dopo essere stato portato in questura, e allora i complici credevano facesse il doppio gioco, avesse fatto la “spia” alla Polizia. Come ha ribadito il dirigente della Mobile, Andrea Crucianelli, dopo l’agguato di via Morata e gli altri episodi, «vista la risposta di polizia e procura si registra una maggior tranquillità nel quartiere della zona Gad». —
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