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Il giudice: «Ricordo la tortura su Federico e quella bestialità degli uomini in divisa»

Daniele Predieri
Il giudice: «Ricordo la tortura su Federico e quella bestialità degli uomini in divisa»

Aldrovandi, l’ex presidente del tribunale di sorveglianza Francesco Maisto che decise il carcere per gli agenti

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FERRARA. «Ricordo tutti i particolari di quella tortura, come la qualificai nella mia ordinanza ed ancora non comprendo tanta bestialità in divisa»: una frase, due righe appena bastano per ripiombare in tutto ciò che è stato il caso Aldrovandi.

Parole scritte di getto dal giudice Francesco Maisto, oggi in pensione, ieri presidente del tribunale di sorveglianza di Bologna che decise il carcere per i 4 agenti condannati per la morte di Federico, che valutò assieme ai colleghi Abiosi, Zouharova e Centorino l’esecuzione della pena per Paolo Forlani, Luca Pollastri, Enzo Pontani e Monica Segatto, ordinando che scontassero in cella i sei mesi di residuo della condanna (3 anni e 6 mesi, 3 anni indultati), negando ogni «misura alternativa». Decisione che allora, per questo, nel 2013, innescò polemiche a non finire, da parte dei sindacati di polizia con proteste, strascichi giudiziari e tanto, tanto altro. Parole scritte di getto dal giudice nel suo profilo Facebook condividendo un post del papà di Federico, Lino, che commentava il libro pubblicato dall’avvocato della famiglia Fabio Anselmo, sul caso Aldrovandi.

Perché queste parole così dirompenti, giudice Maisto? «Perché ogni qualvolta (spiegava ieri sera raggiunto a Milano dove abita, ndr) ho notizie e leggo, mi si rinnova la memoria sulla morte di questo ragazzo. Ricordo il periodo in cui ho dovuto leggere tutti i fascicoli e resto sempre più addolorato, non riesco ancora oggi a farmi una ragione del fatto che personale in divisa abbia potuto compiere questi atti».

Parole rese ancor più dure perché pronunciate da chi vestiva la toga e che ci portano indietro di 5 anni: l’occasione per farlo è il libro “Federico” che il giudice non ha ancora letto. «Lo farò al più presto, avevo letto le parole del papà su Facebook e mi era tornato alla mente quel periodo e il tipo di lavoro sofferto che dovemmo fare: sofferto sia per la lettura degli atti perché riguardavano fatti che nell’ordinanza descrivemmo come tortura, e sia perché ci fu quella reazione, diciamo oltre ogni limite di quel sindacato e di quegli appartenenti alla Polizia di Stato che fecero quella sceneggiata, quell’indegno baccano fin dentro il tribunale di sorveglianza (proteste del Sap, contro la decisione del carcere, ndr) che fu poi stigmatizzato dall’allora ministro Cancellieri (ministro degli interni, ndr)».

Torna indietro nel tempo anche Patrizia Moretti. Non sapeva ieri delle parole del giudice Maisto. Gliele leggiamo e di getto, anche lei: «Fantastiche, giuste, belle: per fortuna c’è ancora oggi chi ha il coraggio di dirle. Tortura? È quello che abbiamo sempre detto e sostenuto, lo sanno tanti, anche voi che scrivete che avete vissuto la vostra dose di tormento». Un tormento fatto di accuse, veleni, polemiche, processi: «alti e bassi, goccia dopo goccia», ricorda Patrizia. Ma non fanno paura queste parole in questi tempi difficili, dove oggi peggio che ieri, non c’è tanto confronto? «Questi sono i tempi giusti, per resistere, per dire queste cose, per i casi che stano emergendo, quello di Stefano Cucchi e ciò che sta venendo fuori: non posso che ringraziare il giudice Maisto, sì ci vuole coraggio, tanto coraggio». Le risponde a distanza il giudice: «A me sembrava doveroso esprimere fin quanto è possibile questa libertà d’opinione. Ho sempre cercato di farlo poi soprattutto in queste occasioni, se chi in modo diretto o indiretto ha sofferto non si tiene stretto all’altro, se non ci teniamo uniti, allora...»

Parole giuste, dunque, da usare oggi. Ma, quando decideste nel 2013, erano tempi altrettanto difficili. «Ricordo bene – rammenta il giudice – che quando noi ci occupammo del procedimento era un periodo molto particolare. Noi ancorammo fermamente la decisione alla legge e senza alcun pregiudizio e leggendo le carte abbiamo detto che (gli agenti, ndr) non meritavano misure alternative alla detenzione: le nostre argomentazioni furono tutte confermate dalla Cassazione. Poi di quei tempi ricordo le ronde con fiaccole attorno al carcere di Ferrara dei sindacati: ne combinarono un bel po’». Lette le parole che usa oggi, non crediamo abbia dubbi: rifarebbe tutto come allora? «Certo, fin che avrò forza, lo farò e lo dirò comunque». –

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