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lo sfogo del fratello 

«La chiesa non può fare finta di nulla»

«La chiesa non può fare finta di nulla»

Luca Branchi ha scritto una lettera a Papa Francesco «Con il suo silenzio quell’uomo protegge gli assassini»

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GORO

Don Bruscagnin arriva a Goro quando ha trent’anni e ci resta per altri 32. Una vita intera in un luogo dove conosce tutti tanto che durante una delle telefonate registrare dichiara che «hanno chiesto a me di portare il peso dell’omicidio. L’ho promesso e lo faccio». Ed è su questa frase che Luca Branchi, fratello di Willy, ieri durante la conferenza stampa non è riuscito a trattenere le lacrime ed ha avuto bisogno di uscire per qualche minuto dalla stanza: «Il peso non è il suo, il peso è della mia famiglia e la chiesa non sta facendo niente. Quel prete parla con i bambini, fa le comunioni ed è una indecenza. Voglio rivolgermi direttamente al Papa, fargli capire il mio nervoso e cosa stiamo passando da trent’anni, da quando mio padre è morto con mio fratello. Perché non intervenite? Perché non lo fate parlare? Lui sa tutto e qualcuno gli deve dire di raccontare la verità perché sta prendendo in giro tutti».

le minacce

Luca Branchi va avanti, vuole la verità. Una verità che gli sta costando cara perché «mi devo scontrare con il muro del silenzio, dell’omertà e ancora l’altro giorno sono stato minacciato mentre camminavo nel mio paese». Le minacce sono arrivate da uomo che in qualche modo, a quanto pare, ha avuto a che fare con l’omicidio e Branchi ha subito fatto denuncia.

la lettera al papa

Luca Branchi ha deciso di rivolgersi direttamente al Papa, chiedendo di intervenire: «Quella notte qualcuno provò ad approfittare della ingenuità di Willy, ingenuità e apertura verso il prossimo e di fronte ad un suo rifiuto non esitò ad ucciderlo come un animale, colpendolo ripetutamente al volto con una pistola ammazza maiali e finendolo con un colpo sotto lo zigomo sinistro». «Ricordo mio padre che tutte le sere si addormentava sulla poltrona in salotto tenendo in mano la foto di Willy e ripetendo continuamente il seguente interrogativo: “figlio mio, cosa avrai mai fatto per morire così? ”».

E aggiunge, «In paese girava voce che il parroco dell’epoca, don Tiziano Bruscagin fosse a conoscenza dell’accaduto e del nome dei responsabili e lo ha anche detto a diversi miei compaesani ma non ha voluto mai rendere pubblica la verità, lasciando me e la mia famiglia (che era molto legata alla chiesa) nel dolore e nello sconforto più profondo. Ora Santità io scrivo a Lei per chiederle di intercedere con questo ecclesiastico al fine di convincerlo ad abbattere questo silenzio e regalare un briciolo di serenità non tanto a me, quanto a mia madre, che ha sofferto maledettamente per questa vicenda. Le hanno strappato un figlio dalle mani, le hanno impedito di vedere ancora quel sorriso, quel viso, di sentire quella voce, di accarezzare quei capelli, di stringere a sé il frutto del suo amore».

«Ecco Santità, la mia famiglia non cerca vendetta, non vuole pene esemplari, sono certo che chi ha vissuto con questo macigno sulla coscienza per 26 anni stia già pagando le sue azioni. Ma vede, ora che so che c’è qualcuno che è depositario della verità, vorrei solo che avesse il coraggio di dirla e di rendere giustizia ad un ragazzo». —

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