La Nuova Ferrara

Ferrara

Crac aumento di capitale 

«Ma Unipol voleva Carife Nessuno disse sì all’affare»

Daniele Predieri
«Ma Unipol voleva Carife Nessuno disse sì all’affare»

Ex membri del cda Bondesani e Berti sulla “manina” che cambiò numeri e carte «Approvammo il prospetto con 8%, negli atti a Consob la correzione al 7.90%»

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Carife doveva assolutamente restare ferrarese: il mantra è stato ripetuto per anni, prima e dopo le inchieste sul crac della Cassa. Ieri al processo per il crac-aumento di capitale è emerso un retroscena clamoroso. Il Gruppo Unipol venne contattato poco dopo l’aumento di capitale (autunno 2011) e si disse interessato ad entrare in Carife, a condizione di acquisire il pacchetto di maggioranza. Ma la dirigenza Carife non colse l’attimo, anzi, andò avanti e poi venne commissariata due anni dopo. A svelare i retroscena di questo “affare” sfumato è stato Antonio Bondesani, consigliere storico di Carife, dal 2004 al 2013, il “tecnico” di turno che tramite conoscenti organizzò l’incontro tra Carife e Unipol.



All’incontro c’erano il presidente Sergio Lenzi, il direttore generale Daniele Forin, lui Bondesani e dall’altra parte per Unipol, i vertici, Carlo Cimbri e Pierluigi Stefanini. «Feci il facilitatore - spiegava ieri in aula Bondesani - cercavo di capire se loro fossero interessati a ipotesi di aggregazione. Il mercato bancario indicava questo, fusioni di banche piccole e medie con grandi». Carife aveva concluso l’aumento di capitale, l’affare si poteva fare: «Organizzai l’incontro, ma non fu tanto soddisfacente: Forin arrivò in ritardo, nessuno prendeva la parola, fui io a sbloccare la situazione. Il gruppo Unipol si disse fortemente interessato, Cimbri chiarì che l’operazione, pur rispettando l’assetto, avrebbe dovuto portare Unipol ad avere la maggioranza». La risposta di Carife quale fu? «Se ne parlò, anche se vi era una certa ritrosia (la famosa ferraresità da mantenere, ndr) le due strutture tecniche dovevano restare in contatto ma che io sappia non vi fu nessun seguito: credo che la cosa fu lasciata cadere, non so il perchè». Se invece fosse andata in porto, oggi il panorama sarebbe molto, molto diverso.



Bondesani non svela solo questo retroscena. Nel suo ruolo di consigliere più anziano, esperto, conosceva la vita di Carife dal 2004 al 2013. E nel 2011, lui e i colleghi del cda approvarono l’aumento di capitale. Viziato da una “manina” che corresse, falsificò, integrò, modificò (usate voi il verbo più o meno antipatico) il prospetto informativo, oggi sotto accusa nel processo perchè falso. Nel prospetto approvato dal cda, il numero del Tier Ratio (codice garanzia sui numeri della banca) era fissato all’8%: Banca Italia lo pose come condizione coi 150 milioni di aumento di capitale.



Peccato poi che nel prospetto inviato a Consob, una “manina” cambiò il Tier Ratio abbassandolo da 8 a 7.90%. Bondesani se ne accorse solo 5 anni dopo, nell’interrogatorio come indagato (poi archiviato) per questo crac: «Nessuno ci disse nulla». Un cda, dunque, tenuto all’oscuro delle Grandi Manovre, anche queste oggi sotto accusa. Lo ribadisce anche Marco Berti, ex membro cda indagato- archiviato: «Essendo procedura tecnica, non c’è stata verifica a valle (l’iter per l’aumento, ndr) - spiegava - Io scoprì la differenza tra 8 e 7.90 dopo l’avviso di garanzia: mi lasciò strabiliato». Quella differenza ancora oggi non è stata chiarita: nemmeno dalle difese degli imputati, ieri in aula, che nelle domande hanno evitato quelle sulla “manina” e lo scarto di quello 0.1% , vera chiave del processo. —





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