«Addio Pier, il nostro angelo» Lacrime per l’artigiano morto
Duomo gremito ieri mattina per l’ultimo saluto al 36enne caduto con il ponteggio Il ricordo degli amici: «Per noi eri un fratello, un giorno potremo riabbracciarti»
comacchio
C’è un vento sferzante ad accogliere la bara di Pier Claudio Mangherini sul sagrato di San Cassiano. Un sole gelido fa inumidire gli occhi, come se non bastasse il dolore. Grande, immenso.
È l’inverno che ha avvolto improvvisamente coloro che volevano bene all’artigiano 36enne morto il 7 novembre dopo essere precipitato da sette metri, mentre stava lavorando al restauro di una palazzina del centro di Comachio. In tantissimi sono qui a rendergli l’ultimo saluto e a confortare i familiari.
Il duomo è pieno. Occupati tutti i banchi, la gente si affolla sul fondo. Poi quella domanda lancinante: «Dio mio, perché mi hai abbandonato?». È il vangelo di Marco, il passo sulla morte di Gesù: lo legge don Giancarlo Pirini, che celebra la messa assieme a don Ruggero Lucca.
«La cosa migliore sarebbe il silenzio, quello che state facendo ora», esordisce don Giancarlo, e se possibile tutto San Cassiano ammutolisce ancora di più, quando il sacerdote ricorda «Pier Claudio bambino, quando qui ha fatto i sacramenti». Fotogrammi di una vita, bruscamente interrotti dalla tragedia di dieci giorni fa.
«Da allora in poi – prosegue don Pirini – ho pensato a Gesù. La sua morte e quella di Pier Claudio si assomigliano: i chiodi piantati nei polsi, la lancia che ha aperto il petto del Signore, e quel grido forte, da disperato. Anche Pier Claudio ha gridato. Gesù ha voluto prendere la sua anima e la sua disperazione per portarla con sé in Paradiso».
Parole che scuotono la folla di San Cassiano. Quando nel profondo del vissuto dei presenti riemerge un sorriso. «Quel sorriso che illuminava sempre le nostre giornate»: è un messaggio di alcuni amici di “Pier”, letto dall’altare. «Abbiamo un pesante lutto nel cuore. Più che un amico sei stato un fratello per noi. Non vogliamo ancora credere che non potremo più rivederci. Ma viviamo nella consapevolezza di poterci riabbracciare un giorno. Ora – prosegue la lettura del messaggio degli amici – sei diventato un angelo bellissimo che veglierà su Elisa e Kevin. Sei una stella che brillerà per sempre nel firmamento».
C’è un applauso, prima timido e poi sempre più forte, a incorniciare queste parole. Un affetto che sconfina dai banchi, quando don Ruggero chiude la funzione religiosa, per raggiungere le prime file: tanti abbracci alla compagna di “Pier”, ai genitori, la fratello e alla sorella. E una carezza da indirizzare al figlio di sei anni dell’artigiano, che qui non c’è. Il feretro viene portato fuori dalla chiesa, dove quel vento freddo non ha mai smesso di soffiare. —
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