La scommessa di un lavoro a Goro e Mesola
Il fondo domenicale del direttore della Nuova Ferrara tra fusione di Comuni e reddito di cittadinanza
FERRARA. Sorprese di un destino che annoda geografia, lavoro e politica. Mesola e Goro, chiamati oggi al voto per decidere sulla fusione, rischiano di essere il banco di prova più arduo per il reddito di cittadinanza, nella versione che il consulente americano del ministro Luigi Di Maio sta sostanziando in un software. E indipendentemente da cosa uscirà dalle urne. Non è una questione amministrativa, ma che fa i conti con i “sistemi locali del lavoro”, la formulazione Istat che dal 2001 etichetta i territori omogenei in fatto di occupazione, aree cucite con il filo del pendolarismo casa-lavoro, senza troppo badare alle distanze né al numero degli abitanti. Una griglia in cui Cento si trova intruppata nell’aggregato ipertrofico di Bologna e provincia, Argenta sta con Alfonsine, Lugo e una manciata di altre realtà al di là del Reno, l’ex Mandamento copparese è considerato un’isola autarchica, Comacchio fa da capofila a Codigoro, Fiscaglia, Ostellato e Lagosanto, mentre gli altri centri ferraresi gravitano attorno al capoluogo, assieme a Occhiobello, Canaro, Stienta e Fiesso. Tutti gli altri centri ferraresi, tranne Goro e Mesola che fanno da sé.
Meno di undicimila abitanti, due comuni che potrebbero diventare uno, sul Delta emiliano c’è uno dei più piccoli tra i seicento sistemi italiani, il codice 8-23. Un microcosmo. Che in diciassette anni di ignorato servizio del sistema è rimasto relegato tra le curiosità statistiche, e che ora rischia di rappresentare un inciampo macroscopico per il provvedimento bandiera dei Cinquestelle al governo.
Riavvolgo il nastro, depurandolo dalla polemica sulle tessere che Poste italiane starebbero stampando in gran segreto, o forse no. Il progetto è noto: offrire un contributo a chi non guadagna almeno 780 euro al mese, purché sia iscritto ad un centro per l’impiego e si cimenti attivamente nella ricerca di un lavoro.
Soprattutto sia ben disposto ad accettare le offerte che il sistema del collocamento - è la scommessa più azzardata - saprà elaborare a sufficienza, rinvigorito da un’iniezione miliardaria di risorse e supportato dal software realizzato in Mississippi. Anche a considerare solo i capifamiglia dei nuclei che vivono al di sotto della soglia di povertà, significa trovare almeno un milione e ottocentomila posti di lavoro; probabilmente molti di più perché lo schema prevede che ciascuno possa tranquillamente rifiutare due offerte - solo al terzo no viene definitivamente bollato come lavativo e perde il beneficio.
Fino a tre offerte di lavoro a testa, e necessariamente “congrue” con le condizioni dell’aspirante dipendente. Vale a dire coerenti con le competenze e le esperienze maturate (ma i disoccupati cronici debbono accontentarsi anche di impieghi in settori poco familiari), che coprano un periodo non inferiore a tre mesi, siano a tempo pieno o comunque per almeno l’80% dell’orario dell’ultimo contratto e con una retribuzione che tenga conto dei minimi sindacali, il tutto stabilito da leggi e decreti in vigore. Cosa c’entrano Goro e Mesola? Ci arrivo, passando per un’ulteriore complicazione.
Oggi le offerte del collocamento pubblico hanno un riferimento geografico segnato da spazio e tempo: debbono insistere in un raggio di cinquanta chilometri (ottanta se la persona è disoccupata da più di sei mesi) o essere raggiungibili in 56-70 minuti d’auto o 80-100 minuti con i mezzi pubblici. Il software pentastellato prenderebbe invece come unico riferimento i “sistemi locali del lavoro”, per incrociare domanda e offerta soltanto all’interno delle singole unità disegnate dall’Istat. Che abbiano i tre milioni e settecentomila abitanti e le potenzialità del distretto milanese o le macerie del terremoto e le tremila anime di Visso, sui Sibillini maceratesi; che coprano gli oltre 2.500 chilometri quadrati dello scacco bolognese o i 117 della briciola Goro-Mesola.
Indipendentemente da dimensioni e potenzialità del territorio di riferimento, i centri per l’impiego dovrebbero scovare e proporti un posto (e magari un secondo e un terzo) che sia qualificato, retribuito il giusto e più o meno vicino casa. Se vivi a Cento, puoi finire anche a Bologna, mentre se stai nel Copparese hai la prospettiva di non uscire dall’ex Mandamento, cavartela con massimo venti chilometri. Ma se sei di Goro o di Mesola, puoi pretendere di non muoverti proprio, che ti venga trovato un lavoro su misura praticamente sotto casa, anche se la realtà suggerisce che se davvero vi fosse a portata di mano un posto che fa per te probabilmente lo conosceresti già, sarebbe già tuo.
Con una platea ampia (e a Goro ampissima) di chi, almeno formalmente, non arriva a fine mese, e in un cerchio così ristretto, l’eventualità di non rintracciare offerte a sufficienza pare assai elevata. Error 404, risultato non trovato, mese dopo mese, in loop. Mese dopo mese, continuando ad erogare un contributo che a parole dovrebbe essere un sostegno ponte, ma che così diventa sussidio permanente. Ammesso che il sistema venga mai attivato.
Buona domenica.
Luca Traini
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