La casa dei camerunensi Dal formicaio in Cavour alle barricate, al tribunale
Verifiche scattate dal caso “Vivere qui” sfociato nella protesta di S. Bartolomeo
Era rimbalzata dal condominio di viale Cavour a San Bartolomeo la polemica che lo scorso anno aveva coinvolto la cooperativa Vivere Qui, la stessa da cui sono partiti i controlli che hanno innescato l’indagine a tappeto sulla gestione dell’accoglienza migranti. Una vicenda che aveva messo in luce le precarie condizioni in cui vivevano dodici richiedenti asilo di nazionalità nigeriana, stipati in un appartamento di 150 metri quadrati della palazzina, un alloggio gestito dalla Vivere Qui.
Le proteste
Una sistemazione tutt’altro che adeguata, da cui erano scaturiti disagi crescenti che erano diventati un caso politico. A inizio 2017 era stata prima la consigliera regionale Raffaella Sensoli del Movimenti Cinque Stelle, e poi il consigliere comunale Sergio Simeone, con interrogazioni in Regione e in Comune, a portare all’attenzione il problema, riferendo le lagnanze dei residenti: liti scoppiate in orario notturno, problemi igienici, sottolineando che lo stesso amministratore del condominio, in un esposto, aveva descritto la situazione come “esplosiva”. Simeone si chiedeva, e aveva chiesto alla Giunta, se gli occupanti siano veramente dei richiedenti asilo e se l'amministrazione intenda assumere provvedimenti, di concerto con Questura e Prefettura, per sanzionare «i responsabili di tali atti incivili, anche a tutela degli altri residenti», sollecitando inoltre «controlli e attività per contrastare illeciti comportamenti».
Il consigliere aveva poi a puntato il dito contro la cooperativa Vivere Qui e i suoi rapporti con la cooperativa Camelot, capofila dell'Ati affidataria dell'accoglienza profughi. In particolare Simeone chiedeva a quale titolo «Vivere Qui abbia a disposizione l'appartamento di viale Cavour e quale compenso riceva per l'ospitalità dei profughi e le spese di alloggio». Da qui la richiesta di avere i libri sociali e i bilanci degli ultimi tre anni di della cooperativa.
Il picchetto
Ma la vicenda ha rischiato di trasformarsi in una Gorino 2, perché l’ipotesi che i dodici profughi mal sistemati nell’appartamento di viale Cavour potessero essere trasferiti in un edificio di via Spinazzino a San Bartolomeo aveva scatenato un putiferio, facendo insorgere la Lega con Nicola Lodi in testa. Il segretario comunale del Carroccio ferrarese, all’epoca responsabile dell’Immigrazione, per impedire l’arrivo dei profughi si era messo alla testa di un picchetto con tanto di posa una mini-barriera formata da sedie e panchine davanti all’abitazione poi rinforzata da alcuni bancali di legno. Una manifestazione non autorizzata costata poi a Lodi una denuncia e, di recente, una condanna.—
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